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Unicredit in forma (dimagrendo)

Pagelle trimestrali per Unicredit. Il gruppo di Piazza Gae Aulenti dopodomani, mercoledì 11, presenterà alla comunità finanziaria le risultanze del terzo trimestre dell’anno in corso e, contemporaneamente, gli aggiustamenti studiati dall’amministratore delegato Federico Ghizzoni al Piano industriale in essere.
Unicredit – reduce da alcune settimane bollenti a causa della vicenda che ha visto protagonista il vicepresidente Fabrizio Palenzona – viene da una semestrale positiva, chiusa il 30 giugno scorso con un utile netto di 1,034 miliardi di euro (in calo del 7,3 per cento rispetto al medesimo periodo dell’anno precedente).
Anche in questo momento le aspettative dei mercati sono positive, ma c’è molta attesa per come Ghizzoni curverà la curva prospettica. Stando ai rumors fatti trapelare, la situazione appare particolarmente tesa sul fronte dell’occupazione. Si temono oltre diecimila esuberi di gruppo, più di mille in Italia. Una situazione che ha già messo in allarme le principali organizzazioni sindacali (la Fabi su tutte), sebbene sembra debbano essere i mercati oltre confine quelli che maggiormente risentiranno dei colpi di forbice che stanno per essere assestati. L’invadenza delle tecnologie digitali è tale – e si sviluppa a tale velocità – che risulta insostenibile proporre un modello di business bancario legato non a schemi dell’anno duemila, ma anche solo di cinque anni fa.
Limature
Che fare? Ghizzoni, dopo aver tosato già negli anni scorsi le eccedenze (non poche) sul territorio italiano – frutto queste di una garibaldina campagna di aggregazioni –, sembra ora concentrato sui mercati dell’Europa centrale e orientale. Austria (i quotidiani di Vienna parlano esplicitamente di una possibile cessione di Bank Austria da Unicredit a Bawag, controllata dal fondo Cerberus), Germania e Polonia, sono le aree dove una maggiore razionalizzazione è ancora possibile e si possono conseguentemente ottenere consistenti tagli dei costi fissi di struttura.
Il panorama in cui si trova ad operare Unicredit al di fuori dei confini domestici non è lineare. Se in passato, nel mezzo della grande crisi italiana, Ghizzoni aveva potuto trarre dalle attività estere quanto necessario anche a finanziare le attività domestiche, adesso i ruoli si sono invertiti. O quasi. All’Est oggi bisogna tagliare. E al contempo confrontarsi con realtà, politiche ed economiche, in grande fermento.
La caduta di credibilità del marchio Germania, ha già prodotto un evidente segnale di frenata nel business dell’ automotive , con riflessi sugli ordini di nuove autovetture e conseguenze su tutta l’economia tedesca, prima manifattura continentale.
La Polonia ha recentemente indicato, nel segreto delle urne, una via politica di aperta critica alle strategie comunitarie, dopo esserne stata per anni a carico.
La Turchia, domenica 1 novembre, ha votato plebiscitariamente a favore del terzo mandato per il presidente Recep Tayyip Erdogan, proprio mentre molti si attendevano una possibile coalizione.
Non solo. Nei prossimi giorni si voterà anche in Croazia, altro paese dove Unicredit è radicato e che si è recentemente segnalato per la conversione forzata del portafoglio in franchi svizzeri. Una manovra che, a detta degli esperti, rallenterà l’uscita dalla crisi del Paese e ha creato negli operatori stranieri un senso di spiazzamento da cui non è stato immediato riprendersi.
Fortunatamente per Unicredit, che ha annunciato che continuerà comunque a crescere e a investire nell’area del Centro ed Est Europa, vi sono paesi come Serbia, Bulgaria, Romania, Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia che crescono bene e producono utili, ma è evidente la delicatezza e la complessità dei rapporti in essere.
Confronti
Il vasto arco politico in cui si trovano a operare gli uomini di Ghizzoni va poi ricondotto a numeri e, questi, sanno essere impietosi. Perché non basta il conforto del titolo che a Piazza Affari – tra le migliori piazze mondiali in questo 2015 – naviga oggi su livelli leggermente superiori rispetto allo scorso gennaio. Un parametro che spesso viene tenuto in primo piano è la capitalizzazione di Borsa, ovvero il valore complessivo che gli investitori sono pronti a riconoscere all’impresa. Perché se è vero che Unicredit ha partecipazioni in società quotate all’estero anche di una rilevante importanza è ugualmente vero che oggi la banca si muove attorno a un valore complessivo di 35 miliardi di euro, curiosamente lo stesso su cui si appoggia la chiacchieratissima Deutsche Bank. Il fatto più urticante è che tutte le altre concorrenti stanno molto più in alto. Ad iniziare dai dirimpettai italiani di Intesa Sanpaolo (52 miliardi), per salire poi ai livelli degli altri big europei: BnpParibas vale oggi 70 miliardi, la spagnola Santander oltre 75, la britannica Hsbc oltre quota 102. È per colmare almeno parzialmente questi gap che la manovra correttiva di Ghizzoni si rende rapidamente necessaria.

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