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«Unicredit, in Fonsai per evitare il commissario»

Nel giorno dell’ok dei soci di risparmio di Milano Assicurazioni alla maxi-fusione a quattro con Unipol-Fonsai-Premafin, la principale banca azionista di Fonsai, Unicredit, esce definitivamente dall’azionariato del gruppo che fu della famiglia Ligresti. Il gruppo bancario di piazza Aulenti ha scelto la strada del collocamento accelerato in borsa per vendere l’intera quota del 6,7% in Fonsai, per circa 106 milioni. A sottoscrivere sono stati per il 90% investitori esteri, in gran parte britannici, divisi tra hedge funds e fondi pensione: il prezzo è stato di 1,735 euro, inferiore agli 1,80 euro del prezzo di mercato. Unicredit ha curato da sé il collocamento come «sole bookrunner».
La scelta di vendere è stata dettata dall’enorme aumento di valore di Fonsai nell’ultimo anno, +94%, che ha consentito all’istituto guidato da Federico Ghizzoni di contenere le perdite complessive. La quota era già stata svalutata dopo lo scioglimento del patto di sindacato e dunque la vendita di ieri ha comportato una plusvalenza (non specificata dalla banca) nel quarto trimestre. Ma se si considera il prezzo di ingresso pagato nella primavera 2011, 170 milioni, per sottoscrivere parte dell’aumento di capitale da 450 milioni, e gli altri 61 milioni versati nell’ulteriore aumento Fonsai del 2012, la perdita per l’istituto è di circa 125 milioni su un investimento totale di circa 231 milioni.
Per capire la ratio dell’ingresso di Unicredit in Fonsai è necessario tornare a quasi tre anni fa: il gruppo di Ligresti era in enorme difficoltà e serviva un’iniezione di capitali freschi che però i Ligresti non erano in grado di fornire. A fine 2010 era fallito anche il tentativo di ingresso nell’azionariato della francese Groupama, in accordo con i Ligresti, perché non ottenne dalla Consob l’esenzione dall’opa. È in quel momento che maturò la scelta di Unicredit.
Nell’interrogatorio dell’8 marzo scorso ai magistrati di Torino che indagano sul falso in bilancio di Fonsai per il 2010, per il presunto “buco” da 583 milioni nelle riserve sinistri, Ghizzoni spiega quale sia stata la molla di Unicredit: «Per Unicredit vi era da assumere una scelta strategica: ove infatti non si fosse proceduto ad un aumento di capitale nel senso richiesto dall’Isvap, era possibile prevedere anche un commissariamento di Fondiaria, con il che le prospettive di rientro del credito si sarebbero fatte più aleatorie». Allora Unicredit era esposta per 380 milioni lungo tutta la catena Ligresti: 150 milioni verso le società di famiglia Sinergia e Imco; 150-170 milioni verso Premafin e e circa 50 milioni verso Fonsai. Unicredit rilevò diritti d’opzione da Premafin (dunque dai Ligresti) per 110 milioni e diritti d’opzione da Fonsai per 60 milioni. In quel modo i Ligresti si diluirono dal 42% al 35% e accettarono cambi nella governance, con l’arrivo di Piergiorgio Peluso come direttore generale. «L’obiettivo era non di non diluire eccessivamente la partecipazione in Premafin in modo da consentire a quest’ultima la possibilità di ricevere dividendi non marginali da Fondiaria in caso di utili di esercizio», ha detto Ghizzoni.
L’uscita di Unicredit è anche legata all’imminente fusione a quattro che avrebbe enormemente diluito la partecipazione. UnipolSai dovrebbe esordire in Borsa nei primi giorni del 2014. Ieri l’amministratore delegato della compagnia bolognese, Carlo Cimbri, è tornato sull’operazione: «Nessuno si aspetta che, soprattutto in Italia, ti stendano il tappeto rosso» ma non ha mai pensato di arrendersi «perché era un progetto serio, credibile, con contenuti industriali, che si proponeva di tenere in Italia un asset importante come Fonsai». E dalle autorità (Consob, Ivass, Antitrust) non è arrivato nessun favoritismo, anzi «un supplemento di rigore». Intanto ieri l’amministratore delegato di Mediobanca, Alberto Nagel, non ha escluso di costituirsi parte civile nel processo che parte il 4 dicembre a Torino contro Salvatore, Jonella e Gioacchino Ligresti (Giulia ha patteggiato 2 anni e 8 mesi) e alcuni ex manager.

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