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Unicredit, il «giallo» sul socio libico

di Sergio Bocconi

MILANO— «C’è anche preoccupazione perché non siamo riusciti a contattare il nostro vicepresidente, Farhat Bengdara» . Così ieri il presidente di Unicredit Dieter Rample, al termine di un consiglio durato quattro ore, ha reso noto che Piazza Cordusio non è riuscita a rintracciare il governatore della Central bank of Libya, socio di Unicredit con il 4,98%, e consigliere della Lia, Libyan investment authority, azionista della banca con il 2,6%. La drammatica situazione a Tripoli lascia aperte tutte le ipotesi sulle ragioni del mancato contatto. Che potrebbe certo essere ripristinato in qualsiasi momento. Rampl, che ha inoltre sottolineato nella nota di essere «personalmente vicino alla popolazione libica e di auspicare la più rapida cessazione delle gravi violenze in corso» , anche in questa situazione non può comunque smettere gli abiti di presidente della banca più internazionale del Paese. Che conta nel suo azionariato la presenza di tre investitori arabi: la banca centrale di Tripoli, Lia e Aabar, fondo di Abu Dhabi con il 4,99%. In tutto la quota supera il 12%ma sotto osservazione sono i legami relativi ai due soggetti libici. Il comitato governance di Piazza Cordusio nel settembre dello scorso anno ha dato mandato a Rampl «di intraprendere i necessari approfondimenti» . Ovviamente con il faro acceso delle authority Bankitalia e Consob. Il punto è chiaro: se le quote libiche debbano essere considerate come una partecipazione unitaria e quindi se vada limitato il diritto di voto al 5%, soglia prevista dallo statuto di Unicredit fino dalla privatizzazione. Un punto importante nonostante i libici abbiano comunque definito sempre finanziarie le loro partecipazioni, indicando quindi implicitamente come secondario l’eventuale esercizio del voto in assemblea. Nella nota di ieri Rampl sottolinea che «per quanto riguarda le partecipazioni degli azionisti libici in Unicredit, nell’interesse di tutti gli azionisti e nel rispetto del ruolo delle autorità si sono sviluppati nel corso degli ultimi mesi positivi contatti finalizzati al chiarimento della situazione che si è venuta a creare» . Ci sarebbe insomma stato un negoziato che è possibile sia arrivato molto vicino alla decisione di limitare il diritto di voto al 5%. Riflessioni che avrebbero anche richiesto approfondimenti presso studi legali e giuristi, dai quali sarebbero arrivati anche pareri contrari alla legittimità di un simile tetto al possesso azionario, con il superamento «automatico» in questo caso del quesito sui libici. In ogni caso una determinazione definitiva non c’è ancora stata e la situazione a Tripoli in questo momento non consente di considerare chiusa la questione. Rampl ha però tenuto a precisare che «la decisione circa l’esercizio del voto da parte dei soci libici, quando dovuta, si fonderà sulla più attenta valutazione dei fatti da parte della banca» .

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