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Unicredit, i timori delle Fondazioni

di Fabrizio Massaro

MILANO — Comincia a manifestarsi il mal di pancia delle Fondazioni azioniste di Unicredit, specialmente le più piccole, alla prospettiva di un possibile aumento di capitale dell'istituto, legato al piano industriale da varare tra fine ottobre e novembre.
Ieri è stato il presidente della Fondazione Cassamarca, Dino De Poli, azionista con lo 0,7%, ad ammettere che il suo ente avrebbe «qualche difficoltà» a seguire una richiesta di capitale fresco da parte dell'istituto. «Noi abbiamo già aderito a due aumenti», ha ricordato con riferimento alle obbligazioni convertibili «cashes» del 2009 e all'aumento del 2010 per complessivi 7 miliardi, «e per un terzo dovremmo adoperare i soldi delle nostre attività. Unicredit dovrà sondare bene se l'eventualità di un aumento di capitale trova consenso e riscontro nelle possibilità delle fondazioni». E per questo ha ha aperto alla soluzione alternativa, già circolata nei giorni scorsi: il taglio della cedola. «Avendo coscienza UniCredit che i soldi che ci dà sono la vita delle fondazioni, non può darci soldi e chiederceli immediatamente indietro. Se li tenga direttamente».
La dichiarazione di De Poli non stupisce visto che la scorsa settimana l'ente trevigiano aveva già annunciato il taglio a tutte le erogazioni tranne verso l'università. Quella del reperimento delle risorse è una preoccupazione condivisa da altri enti azionisti. Ieri il presidente della Fondazione Banco di Sicilia, Giovanni Puglisi, ha detto di sentirsi «diviso tra l'angoscia di essere diluito ulteriormente e sacrificare disponibilità che non so neanche come andare a trovare. Ma se io non sostengo il gruppo, il gruppo fa meno business, ha meno margine e quindi dà meno dividendi. Il presupposto del mio amico De Poli è che continuino ad esserci i dividendi. Io voglio capire bene questa storia, perché potrebbe esserci anche una stazione ulteriore, in cui c'è aumento di capitale e niente dividendi».
Questa del sistema misto taglio della cedola/aumento di capitale limitato (eventualmente con la riedizione dei «cashes), per centrare l'obiettivo di una ricapitalizzazione da 4-5 miliardi a seconda del piano industriale e delle regole di Basilea3 sulle banche sistemiche (sifi), è solo una delle ipotesi cui il presidente, Dieter Ramp, e l'amministratore delegato, Federico Ghizzoni, lavorano. Oltre alle fondazioni, ci sono nell'azionariato anche soggetti istituzionali esteri (compresi i fondi sovrani), che potrebbero essere invece interessati a un aumento cash pur di ottenere una garanzia di rendimenti certi per gli anni a venire. Ai prezzi di ieri, 0,71 euro (-1,32%), sarebbe appetibile:secondo alcuni calcoli, Unicredit vale circa la metà dei suoi asset tangibili, e dunque ci sono margini di ripresa, da qui a quando tecnicamente l'aumento si terrà (gennaio-febbraio), specie se la situazione politica italiana (di cui Unicredit e Intesa Sanpaolo sono uno specchio) dovesse migliorare. Su questa ipotesi alcune banche d'affari starebbero proponendo alle fondazioni soluzioni di finanziamento per un eventuale aumento cash, sulla scia di quanto realizzato dalla Fondazione Mps per l'istituto senese.
È attorno a questo equilibrio che stanno ruotando le valutazioni di Piazza Cordusio. C'è anche da considerare la via della generazione interna di capitale: nel primo trimestre il core tier 1 è migliorato di 49 punti base (oggi è al 9,12%), «che è come un aumento di capitale da 2,5 miliardi», aveva rivendicato Ghizzoni. Oggi in banca si tiene un consiglio d'amministrazione ordinario, per una ulteriore semplificazione nella banca unica e per un'accelerazione sulle quote rosa nei board delle controllate italiane. Ma potrebbe anche essere l'occasione per un punto, informale, sul cantiere del piano.

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