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Unicredit, i soci libici vogliono di più

MILANO — La ricostruzione della Libia passa anche da Unicredit. Lo sa bene il nuovo presidente del fondo sovrano libico Lia, Mohsen Derregia, che da lunedì è in Italia per affrontare due temi spinosi: il sequestro dei beni del Libyan investment authority (Lia) disposti a marzo dalla Corte d’appello di Roma su richiesta della Corte internazionale dell’Aia perché considerati riconducibili alla famiglia Gheddafi, e il ruolo dei libici in Unicredit.
Se la prima questione, che pure riguarda pacchetti nella banca milanese, in Eni, Fiat, Finmeccanica, Juventus più beni immobili per oltre 1 miliardo di euro totali viene considerata un «malinteso che speriamo di superare nel più breve tempo possibile», ieri nella sua prima conferenza stampa in Italia da numero uno del fondo — è in carica da aprile — ha rivendicato il peso della Libia nella banca guidata da Federico Ghizzoni. «Abbiamo l’1,8% e l’altro azionista libico, la Banca centrale, più o meno il doppio», ha precisato. In totale è un 5,4% — più alto della stima del 4% fatta da Ghizzoni post aumento di capitale — che pone il governo di Tripoli direttamente al secondo posto nell’azionariato dietro un altro socio arabo: il fondo sovrano di Abu Dhabi, Aabar, con il 6,5%. Che insieme pesano praticamente quanto il fronte italiano delle fondazioni.
La guerra civile in Libia, il cambio di regime, e poi anche il congelamento della quota del Lia hanno fatto sì che Tripoli non riuscisse a incidere nella laboriosa trattativa tra i soci — fondazioni, privati, esteri — sul nuovo consiglio a 19 posti con Giuseppe Vita presidente, perdendo così la rappresentanza fino a quel momento affidata all’ex governatore Omar Farhat Bengdara. I soci degli Emirati invece sono riusciti a conquistare due posti nel board, a cominciare dal numero uno di Aabar, Khadem Al Qubaisi, che è anche vicepresidente. «Per noi Unicredit è un investimento strategico e di lungo periodo» che potrebbe anche essere incrementato. «Forse bisognerà aumentare i posti nel consiglio per accogliere azionisti con quote significative». Il Lia aveva il 2,5% circa prima dell’aumento di capitale: «Sfortunatamente la tempistica ha reso impossibile per la Libia prendere una decisione di sottoscrivere. All’epoca non c’era un board e il ministero delle Finanze aveva molti altri problemi da affrontare, come il finanziamento delle cure dei molti feriti di guerra e il tentativo di pagare i dipendenti pubblici». Ieri Derregia ha incontrato per la prima volta il direttore generale di Unicredit Paolo Fiorentino (erano assenti Ghizzoni e Vita): un incontro interlocutorio, di presentazione. Ci sarà tempo per affrontare i temi posti dai libici.
Intanto c’è da risolvere il sequestro dei beni: l’udienza è fissata per il 12 luglio. I legali Michael Bosco (Shearman & Sterling) e Fabrizio Petrucci (Carnelutti) hanno ribadito la tesi che i beni sequestrati sono del Lia, che è del governo di Tripoli e non della famiglia Gheddafi. Derregia ha incontrato martedì anche il comitato di sicurezza finanziaria del ministero dell’Economia «che appoggia la nostra richiesta».
L’Italia, con i suoi 1,1 miliardi, è solo relativa nel portafoglio totale del Lia, stimato oggi tra 50 e 60 miliardi di dollari. Comunque delle partecipazioni italiane non si vende niente, «non è il momento, anzi saremmo interessati ad altre opportunità di investimento». Derregia, per anni residente in Gran Bretagna dove insegnava all’Università di Nottingham come esperto di contabilità e finanza, sta verificando tutti gli investimenti del fondo, a cominciare da quelli in bond strutturati con Goldman Sachs e Société Générale. In totale abbiamo perso 1,75 miliardi di dollari, e 900 solo con Goldman, con cui stiamo discutendo per vedere se possiamo ottenere un rimborso».

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