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UniCredit, Del Vecchio: «Non sono per i cambiamenti»

Leonardo Del Vecchio non vede di buon occhio «troppi cambiamenti» in UniCredit. Tradotto: il patron di Luxottica, tra i principali azionisti della banca con una quota di poco inferiore al 2%, per il momento non sembra pendere per un cambio della guardia al timone della banca. La risposta, infatti, è arrivata a chi gli chiedeva se ritenga idoneo il ceo, Federico Ghizzoni: appena un paio di mesi fa, all’inizio di febbraio, Del Vecchio aveva definito il manager «un bravo banchiere», ma cionondimeno aveva auspicato «cambiamenti radicali» per UniCredit. Di qui, appunto, la domanda di ieri: Ghizzoni è ancora l’ad giusto? La risposta di Del Vecchio resta sibillina, tuttavia ieri l’imprenditore ha aggiunto che nel caso in cui i soci optassero per un cambio del ceo «non si sa cosa farebbe chi arriverebbe al suo posto. Resterebbe sempre una domanda: quella che ci facciamo adesso, ce la faremmo anche domani».
Di qui, appunto, quella che pare una fiducia, pur indiretta. Del Vecchio, che in occasione dell’aumento 2012 era salito al 3% della banca, un anno fa si era riportato sotto la soglia del due, oltre la quale si esce dai radar Consob; da allora però non dovrebbe aver alleggerito di molto, dunque oggi sarebbe terzo socio italiano della banca, alle spalle di Fondazione CariVerona e Fondazione Crt, e capofila della pattuglia dei soci privati, che annovera anzitutto Maramotti e Caltagirone.
Come tutti i soci, anche dalle parti di Del Vecchio – che nel novembre scorso aveva dichiarato di non temere un aumento di capitale – sicuramente si respira un certo disappunto per il corso del titolo, che da inizio anno ha perso circa il 40% del proprio valore. Ora l’inversione di rotta delle ultime due sedute, su cui però «non è Ghizzoni che conta – ha detto ieri -. Conta che le banche, per fortuna, hanno fatto questo accordo che praticamente risolve i problemi degli istituti che possono fallire e far perdere soldi alla povera gente e ai risparmiatori. Già questo fatto è importante». E non a caso, UniCredit è tra i principali supporter dell’iniziativa.
Del progetto che vede il Mef e la Cdp in cabina di regìa si è parlato giovedì scorso durante l’ultima seduta del board UniCredit, in cui – poco prima – si era anche fatto il punto sul dossier scomodo della Popolare di Vicenza, di cui la banca di Piazza Gae Aulenti è garante unico. Un’operazione, questa, che avrebbe suscitato nuovi interrogativi da parte di alcuni consiglieri. Che, ancora una volta, si sarebbero trovati a esprimere qualche perplessità su alcune scelte strategiche della banca. Era già successo nei mesi scorsi, finché – a febbraio, con l’approvazione dei conti (migliori delle attese) – il presidente Giuseppe Vita aveva chiesto una presa di posizione da parte del board, da cui era nato un comunicato con cui all’unanimità si erano espressi «piena fiducia e supporto» all’operato del management, a partire dal ceo. Da allora, dopo una breve parentesi di quiete, sulle banche è ripartita un’ondata di vendite in Borsa che non ha risparmiato UniCredit, e di qui nuovi mugugni: un test importante per capire l’umore dei soci sarà quello di dopodomani, quando la banca terrà a Roma l’assemblea di bilancio.

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