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UniCredit cresce all’Est, in aumento utili e impieghi

«Gli utili netti di UniCredit nell’Europa centro-orientale nei primi nove mesi del 2012 sono in crescita del 13,8% rispetto allo stesso periodo del 2011», ha detto Gianni Franco Papa, capo della Divisione Europa centro-orientale della banca italiana durante una conferenza stampa a Vienna, a margine del meeting annuale di Euromoney sui paesi della Cee (Europa centro orientale) dove è intervenuto fra gli altri Suma Chakrabarti, presidente della Banca europea per lo sviluppo e la ricostruzione che ha invitato i paesi a fare riforme strutturali per aumentare la competitività.
Un dato molto positivo (1.274 milioni nei primi nove mesi 2012 contro 1.120 milioni nel 2011) che indica la determinazione a restare il player numero uno dell’area con 140 miliardi di euro di asset nella regione e che si accompagna con la notizia che 450 nuove società italiane sono state aiutate da UniCredit nel 2012 a entrare nel dinamico mercato centro-orientale europeo raggiungendo un totale di 4mila imprese tricolori presenti nell’area, con sostegni nella consulenza e assistenza per l’export-import, lettere di credito o i pagamenti diretti, a dimostrazione della ormai consolidata esperienza nel valutare il rischio paese e nella capacità di assistere gli imprenditori all’estero grazie all’assistenza capillare con le sue 3.793 filiali in 19 paesi nella Cee.
Non solo. UniCredit è diventata il terzo player nell’area dopo Jp Morgan e Crédit Agricole Cib per il collocamento di bond sia sovereign che corporate con un volume passato dal 2011 da 2,1 miliardi di euro a 3,7 miliardi di euro nel 2012 e un incremento del 76% nel volume e del 100% in numero di emissioni tra cui quella del municipio di Praga che torna sul mercato dopo dieci anni di assenza con UniCredit. «La chiave del nostro successo consiste nella forte sinergia tra la presenza sul territorio e la piattaforma globale di prodotto e di distribuzione. Il nostro punto di forza rispetto agli altri gruppi internazionali è che aggiungiamo una forte presenza sul mercato locale», dice Gianfranco Bisagni, capo del corporate investment bank Cee. «Negli Usa il rapporto tra bond e credito bancario è del 70% e 30%, in Europa siamo al 50% mentre nella Cee siamo tra il 20-30% al 70-80%, con ampi margini di sviluppo», conclude Bisagni.
Il gruppo bancario italiano, presente complessivamente in 22 paesi al mondo, intanto continua a ottenere il 24% dei ricavi da questa parte del globo che resta il motore della crescita di UniCredit: un’area che – prevede Gianni Papa – «crescerà nel 2013 in media del 2,9% rispetto all’1,2% nell’Europa occidentale e con punte di eccellenza come la Turchia e la Russia che correranno al 4,4%». «La Russia, dove abbiamo la sesta banca del paese, la prima privata e la prima straniera con il 2% del mercato, prevediamo che supererà la Germania nella vendita di auto», spiega Papa. «Anche la Turchia non è più una “alfa-beta country”, cioè non ha più i picchi e le frenate improvvise grazie a una politica fiscale e monetaria molto più stabile». «In questa quadro la banca punterà soprattutto su quattro paesi dell’area: Polonia, Turchia, Russia e Repubblica ceca, scelti per la loro maggiore potenzialità di sviluppo in profittabilità e liquidità». «La Cee – ha detto Papa – segnala ancora forti prospettive di sviluppo nel medio termine se comparata con l’Europa occidentale. Un’occasione per una banca cross-border».
Circa il rischio di delevereging nella regione, Papa ha negato vi sia stato un tale processo mostrando che il totale degli asset nella Cee è continuato ad aumentare del 45% con circa 0,7mila miliardi (quasi un trilione) di euro aggiunti tra il settembre 2008, anno del fallimento di Lehman Brother, e il settembre 2012, anche se evidentemente a un passo di crescita inferiore rispetto ai livelli pre-crisi. Anzi UniCredit ha aumentato i prestiti del 18,7% in Russia, dell’11,9% in Turchia e dell’8,8% in Serbia mentre sono diminuiti in Lituania (-8,3%), in Ungheria (-6,3%) e Lettonia (-8,3%), confermando che in generale il delevereging non è un problema di offerta ma di scarsa domanda locale.

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