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UniCredit, Covid-19 costa 900 milioni di accantonamenti

Con una mossa inattesa, UniCredit alza il velo in anticipo sui costi del Coronavirus. E diventa così la prima banca in Europa a fare una prima stima degli impatti su conto economico e patrimonio della peggior crisi economica dai tempi della Grande Depressione.

Da registrare infine che, sempre ieri, il ceo Mustier – che in un’intervista al giornale francese L’Express ha detto che «questa crisi uccide ogni ipotesi di fusione tra banche» – ha annunciato che, oltre alla rinuncia della remunerazione variabile di lungo termine (Ltip) per il 2020 (pari a un massimo teorico di 2,4 milioni), ridurrà la propria remunerazione per il 2020 di circa il 25%, per 300mila euro, con un tagliocomplessivo di 2,7 milioni.

L’effetto delle svalutazioni su crediti, va detto subito, è massiccio per la banca guidata da Jean Pierre Mustier, ed è destinato a pesare duramente sui profitti. Ma nel contempo si profila gestibile sotto il profilo patrimoniale, secondo quanto annunciato dalla banca stessa.

Senza aspettare la pubblicazione della trimestrale, attesa per il 6 maggio, UniCredit ha annunciato 900 milioni di rettifiche nei primi tre mesi legate al coronavirus. La misura nasce dalla inevitabile revisione del Pil dell’Eurozona, che ora è visto in calo del 13% nel 2020. A questo crollo, dovrebbe poi seguire una ripresa del 10% nel 2021.

Alla luce di questo nuovo scenario (di fatto «a V»), il costo del rischio – ovvero il rapporto tra il fondo rischi su crediti e gli attivi ponderati – è destinato a schizzare a 110 punti base, 80 dei quali sono legati proprio alla revisione dello scenario macroeconomico, che si aggiungono ai 30 stimati in precedenza (quota peraltro in calo rispetto ai 46 punti previsti per l’anno). Tradotto: significa che la crisi da Coronavirus moltiplica di fatto quasi per quattro volte la rischiosità degli attivi della banca.

Alle maggiori rettifiche “preventive” legate all’aggiornamento dello scenario macroeconomico, e imposte dai principi contabili Ifrs9 («tutte le banche dovranno adottare questo aggiustamento tecnico» ha detto Mustier in una lettera ai dipendenti) si aggiungono le perdite attese sui crediti di «specifici settori e controparti», che prenderanno forma in particolare «al termine dell’esercizio considerando la conclusione del periodo di moratoria», come spiega la banca in una nota. Per l’anno successivo è prevista poi l’onda lunga della crisi, con un impatto tuttavia più contenuto: il costo del rischio è stimato tra 70 e 90 punti base.

Di fronte a questa impressionante fiammata degli accantonamenti, la banca si può dire serena sotto il profilo patrimoniale, potendo contare sulla solidità generata a valle della maxi-ricapitalizzazione da 13 miliardi del 2017 e del lungo processo di razionalizzazione che ne è seguito. Pur considerando le rettifiche, infatti, UniCredit conta di mantenere un cuscinetto patrimoniale di sicurezza (Maximum Distributable Amount) «ampiamente superiore al target» di 200-250 punti base per il 2020. Ben oltre i requisiti anche gli indici di liquidità, con un Liquidity Coverage Ratio superiore al 140% alla fine del primo trimestre.

Nonostante la notizia teoricamente negativa, ieri il titolo dell’istituto guidato da ceo Jean Pierre Mustier ha chiuso in rialzo dell’1,94%, a quota 6,72 euro. Segno di un apprezzamento del mercato rispetto a una decisione, quella degli accantonamenti, che si traduce sì in un «profit warning» – l’utile adjusted del 2020 potrebbe scendere da 4,3 a 1,5 miliardi, secondo Equita – ma che d’altra parte sgombra il campo da ipotesi ancora più cupe. Di fatto Mustier ha scelto di dare «una maggiore chiarezza sulle prospettive», come evidenziato ieri dagli analisti di Citi. Secondo la banca d’affari americana, UniCredit «potrebbe trarre vantaggio» dalla rimozione dell’incertezza «sull’entità potenziale delle perdite». Una mossa, insomma, «probabilmente» collegata all’approccio «conservativo e trasparente» del management, che si abbina al «solido livello di capitale che consente al gruppo di assorbire tali perdite».

Certo è che quella di UniCredit si profila solo come la prima di una lunga serie di revisioni al rialzo degli accantonamenti, per gli istituti europei. Del resto, oltre Oceano, nei giorni scorsi le più grandi banche americane, le prime a muoversi in questo senso, hanno accantonato 25 miliardi su crediti in vista dell’ondata di default in arrivo. «Riteniamo – scrivono gli analisti di Mediobanca Securities – che questo annuncio potrebbe essere una tendenza in base alla quale le grandi banche con un’elevata capacità di assorbimento delle perdite adotteranno un approccio cauto sugli accantonamenti, tra la flessibilità concessa da regolatore, mentre le banche più piccole o più deboli potrebbero preferire rinviarlo».

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