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Unicredit, conti buoni e Ghizzoni esclude l’aumento di capitale

Giornata di trimestrali nel mondo bancario. Ma, soprattutto, occasione per fare il punto sulle partite più calde del momento: le voci ripetute – e puntualmente smentite – di aumento di capitale per Unicredit, insieme alle presunte difficoltà di Federico Ghizzoni da un lato; le prossime nozze tra Bpm e Banco dall’altro (due diligence conclusa senza sorprese, hanno detto ieri quasi all’unisono i due capi- azienda) foriere di un nuovo risultato in rosso per il Banco, a causa dei maggiori accantonamenti sulle sofferenze richiesti dalla Bce per arrivare all’altare (oltre all’aumento di capitale da un miliardo, deciso ieri dal consiglio di Verona tutto con diritti d’opzione ai soci, da realzzarsi tra fine maggio e inizio giugno).
Per Ghizzoni la parte dei conti è stata forse la più facile: utile netto in calo del 20,8% su base annua, a 406 milioni, ma migliore delle stime degli analisti, nel primo trimestre 2016. Il gruppo che da gennaio a marzo ha erogato 15 miliardi di euro – vede crescere di 6 miliardi la raccolta, mentre i ricavi sono in tenuta a 5,5 miliardi e i crediti deteriorati calano del 7,1%. Cala però anche il Cet1 “transitional pro forma”, il patrimonio di vigilanza, che a fine marzo era a quota 10,5%, 23 punti base in meno del trimestre precedente (10,85 nella versione “fully loaded”). «Non è previsto nessun aumento di capitale», ha ripetuto ieri Ghizzoni, aggiungendo che l’obiettivo patrimoniale previsto nel piano industriale, al 2018, resta alla portata. Ghizzoni ha riconosciuto che i mercati sono impazienti. «E’ abbastanza normale, noi stessi vediamo la necessità di rafforzare il capitale. Il mercato si rassicurerà man mano che vedrà alzarsi il livello». Ad esempio quando arriverà l’ok dalle autorità di vigilanza alla cessione di Pioneer (che sta tardando molto) ci saranno 23 punti base di capitale aggiuntivo; altre misure sono possibili (per esempio vendite di asset “non performing”, come li ha chiamati l’ad). Ghizzoni ha cercato di chiudere la partita anche con l’aumento di capitale della Vicenza (di cui Unicredit era unico garante, fino all’intervento del Fondo Atlante). «La nostra era un’operazione di mercato per cui avevamo firmato un pre-underwriting agreement, che è un soft commitment, non una garanzia», ha detto, aggiungendo di aver fornito ampia ricostruzione dei fatti, ieri in cda. Le condizioni previste nel momento iniziale «non si sono realizzate e quindi noi non avremmo avuto la necessità sicuramente di chiudere l’operazione, avendo la possibilità di esercitare clausole che era nel nostro diritto esercitare» per recedere dalla garanzia. Su una sua eventuale uscita dal gruppo ha tagliato corto: «Sono tranquillo, mi focalizzo sull’attività della banca. Il resto attiene agli azionisti».
Sul fronte dei conti trimestrali Bpm ha chiuso con un utile pari a 48,3 milioni, in calo del 28,4% rispetto ad un anno fa (ma in linea con le attese degli analisti). Per il Banco invece le misure sui crediti hanno comportato rettifiche per 684 milioni e un risultato netto negativo di 314 milioni. Il timoniere, Pier Francesco Saviotti, ha confermato che la politica di accantonamenti impatterà anche sui trimestri successivi (Bce vuole ridurre di 10 miliardi gli Npl entro il 2019).

Vittoria Puledda

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