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Unicredit cede il 17% di Fineco e prepara un futuro più straniero

Unicredit vende sul mercato il 17% di Fineco Bank, si prepara a dirle addio e libera cassa (un miliardo) e patrimonio per il piano strategico 2020-2023. Che per coincidenza, come quello del 2016-2019 in dirittura, comincia ancora da Fineco, banca diretta multicanale che dal 1999 è tra le più belle realtà del gruppo. Nell’estate calda 2016, con uno dei suoi primi blitz, il neo ad Jean Pierre Mustier ne cedette un 30% per corroborare la successiva ricapitalizzazione da 13 miliardi. Ieri, con simile mossa che ha lasciato di stucco il mercato – nonché qualche top manager sui due versanti, si mormora – Mustier è tornato a far cassa con Fineco. Ufficialmente per «rafforzare ulteriormente la capacità creditizia del gruppo, consolidare il supporto alle economie locali e sviluppare il business nei Paesi dove opera», riporta una nota Unicredit.
Ma nelle stanze della finanza molti si interrogano sul senso strategico di vendere ancora l’argenteria. Domani, nel presentare i dati trimestrali Unicredit, il capo francese darà più indicazioni agli investitori: o forse si dovrà attendere il 3 dicembre, data del nuovo piano al 2023. Sullo sfondo, molti addetti ai lavori restano convinti che la banca paneuropea che Mustier prepara al prossimo triennio sarà sempre meno italiana, e sempre più in altri Paesi: a prescindere da eventuali nozze straniere. Ieri, in tema, il presidente Fabrizio Saccomanni è tornato a opporre un «no comment ai rumors di mercato» che vorrebbero Unicredit in pista per comprare Commerzbank. È noto che da molti mesi il vertice di Unicredit, istituzionalmente incoraggiato dalla vigilanza Bce, abbia cercato possibili approdi extra Italia, dove non ha più azionisti rilevanti, l’economia accusa i colpi della politica e il rischio Paese misurato dallo spread Btp è alto. Già l’anno scorso era stata battuta la pista SocGen, ex banca di Mustier; ma l’instabilità politica e l’innalzamento di steccati tra gli Stati membri, che ha bloccato l’avanzamento dell’Unione bancaria, rendono ogni fusione tra istituti stranieri un azzardo.
In attesa del momento, ieri Unicredit ha iniziato a camminare nella direzione sperata. Il distacco da Fineco, di cui resta un 18% come “partecipazione finanziaria” (da non vendere prima di 120 giorni), è distacco anche da circa 3,4 miliardi di titoli di Stato che essa possiede: e serve al «progressivo allineamento nel tempo, in termini relativi, del portafoglio titoli di Stato nazionali a quelli di altre banche italiane ed europee» annunciato sempre ieri. Altro obiettivo che la cessione realizza è finanziario: Fineco capitalizza 6,12 miliardi (dopo il tonfo del 7,45% a valle delle novità, mentre Unicredit ha perso il 3,2%) e la casa madre l’ha in carico a 320 milioni. Vendendo sui massimi farà una forte plusvalenza, in più libererà il patrimonio assorbito dalla partecipazione, che pesa uno a uno sugli attivi di rischio. La vendita integrale migliorerà di 60-80 punti base il rapporto Cet1 di Unicredit, che ieri ha dato l’obiettivo di «raggiungere la parte alta del cuscinetto di 200-250 punti base dei requisiti patrimoniali Cet1 entro fine 2019», e di una – coerente – «ulteriore accelerazione » nello smaltire i crediti non performing. Quanto a Fineco, per ora rafforza il suo bilancio (grazie a garanzie collaterali in titoli fornite da Unicredit, per evitare impatti dal deconsolidamento degli 8,3 miliardi in bond Unicredit che detiene) e diventa contendibile, con l’82% flottante. Una public company moderna e redditizia, boccone perfetto per chi cerchi una banca con un futuro che non sia grigio.

Andrea Greco

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