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UniCredit, in cda la nuova governance Un iter-lampo per agevolare il rinnovo

Il 12 dicembre il ceo di UniCredit Jean Pierre Mustier incontrerà investitori e analisti a Londra per fare il punto sul piano al 2019 presentato giusto un anno fa. Oltre alle performance di conto economico e a livello di capitale che hanno sostenuto il corso del titolo (+81% in un anno), tra i risultati che il ceo potrebbe illustrare al mercato ce n’è anche un altro che da sempre gli sta particolarmente a cuore: la riforma della governance, destinata ad allineare UniCredit alle best practice delle grandi banche europee.
Imbastito nei mesi scorsi, il cantiere sta per entrare nel vivo: secondo quanto risulta a Il Sole 24 Ore, la bozza di riforma dello statuto è stata approvata dal comitato Governance il 12 settembre e domani finirà sul tavolo del cda. In caso di approvazione il nuovo testo verrà subito inviato alla Banca centrale europea, che ha 90 giorni per esaminarlo: i minuti sono contati, ma in teoria ci sarebbe ancora il tempo per convocare i soci entro la fine dell’anno, con qualche settimana di anticipo su una prima ipotesi di agenda che invece la vedeva collocata a metà gennaio, come quest’anno quando da approvare c’era il maxi-aumento di capitale. Allora la posta in palio era certo più elevata, ma anche la revisione dello statuto, che va a riformare il meccanismo di rinnovo del consiglio previsto poi subito con l’assemblea di aprile, è tema sensibile: occorrerà dare al mercato il tempo di capirlo, di digerirlo e di agire di conseguenza, dunque prima si fa e meglio è.
L’obiettivo è quello di «una governance il più possibile simile alle migliori banche europee», ha ripetuto il ceo a inizio mese a Cernobbio. E tra le innovazioni fondamentali c’è l’ipotesi di assegnare al board uscente il compito di formulare la lista di maggioranza: è una tipica prassi da public company, assai diffusa all’estero ma ancora poco in Italia (il precedente più rilevante è quello di Prysmian), che nei fatti assegna al cda in carica il compito di raccogliere le istanze dei soci, grandi e piccoli, e di sintetizzarle in una lista che sia espressione di tutti superando il concetto stesso di maggioranza e minoranza. Oltre a un limite al numero di mandati, tra gli altri punti della bozza predisposta dal comitato presieduto da Luca Cordero di Montezemolo, anche la riforma dell’articolo 5 dello Statuto là dove prevede il tetto del 5% all’esercizio del diritto di voto, eredità di una stagione ormai passata in cui gli azionisti pesanti erano poco benvenuti visti i delicati equilibri di controllo che reggevano la banca. A maggior ragione a valle del maxi aumento di febbraio, gli equilibri sono saltati, il nocciolo dei soci storici a base di Fondazioni e privati italiani è sotto il 10% e dunque la possibilità di far pesare eventuali (nuovi) grandi soci per quello che valgono viene vista più come un’opportunità che un rischio in Piazza Gae Aulenti.
In agenda anche «la valorizzazione del ruolo degli indipendenti», come aveva anticipato sempre Mustier a inizio agosto. Un tema chiave per coagulare il supporto dei fondi sulla lista del consiglio, ma anche per decidere chi potrà sedere o restare nel board ridotto a 15 componenti: la partita è appena iniziata, riguarda in primis il prossimo presidente (c’è un mandato a Egon Zehnder per Egon Zehnder per mettere a fuoco il profilo e individuarne il nome) e poi le new entry (incarico a Spencer Stuart), mentre per quanto riguarda le conferme per ora si vocifera solo di Anthony Wyand, Sergio Balbinot, la polacca Henryka Bochniarz e Clara Streit.

Marco Ferrando

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