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Unicredit in campo con Intesa per salvare le banche venete

Il male minore si fa strada, nella ricerca di una soluzione che metta in sicurezza le due banche ex popolari venete (Pop Vicenza e Veneto Banca). I contatti intavolati nel fine settimana tra il ministro del Tesoro Pier Carlo Padoan e i capi dei due maggiori istituti italiani – l’ad di Intesa Sanpaolo Carlo Messina e l’ad di Unicredit Jean Pierre Mustier – hanno fatto emergere la disponibilità dei due gruppi fare la loro parte per raccogliere gli 1,25 miliardi: ma a condizione che la somma sia divisa tra tutte le banche in base alle quote di partecipazione al Fondo tutela depositi. Il consenso dei due maggiori gruppi permette comunque di arrivare a circa metà della somma richiesta. Il prossimo passo sarà rivolgersi agli istituti minori, per chiudere la chiamata fondi e comunicarla all’Antitrust Ue, che ha imposto un obolo ai privati come condizione al Tesoro per l’aumento precauzionale da 5 miliardi pubblici. Un’opzione che per Palazzo Chigi e Tesoro resta la principale nel salvataggio dei due istituti in crisi per i prestiti facili delle vecchie gestioni.
Secondo più ricostruzioni sarebbe stato un mero calcolo a convincere i grandi banchieri italiani a riaprire le tasche per le due venete, dopo che i primi 10 istituti hanno versato 2,2 miliardi nel loro capitale nel 2016, da aggiungere ai 2,2 usati per rianimare le quattro banche ponte a fine 2015. E sarebbe stato soprattutto Mustier a rompere la linea del “no”, in atto da settimane tra i banchieri. Preso atto della pericolosa perdita di liquidità quotidiana per Vicenza e Veneto Banca, del rifiuto formale del loro socio unico Atlante a ricapitalizzarle (per incapienza e altre incertezze di quadro), dell’altrettanto esplicito diniego di Intesa Sanpaolo a rilevare anche solo una delle due banche, il risoluto manager a capo di Unicredit ha toccato con mano che l’ipotesi di liquidazione per le venete poteva materializzarsi. Con rischio di intaccare la fiducia nei correntisti, e la quasi certezza per il Fondo tutela depositi di dover ripianare entro 20 giorni i correntisti di Vicenza e Montebelluna al disotto dei 100mila euro. Una chiamata fondi stimata in 11 miliardi, dieci volte tanto quelli mancanti oggi: con effetti disastrosi sul conto economico di Unicredit – gli operatori li stimano in 2,3 miliardi. Fatti i conti, Mustier lunedì a Roma, in un incontro a tre con Padoan e il presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni, avrebbe assicurato il suo impegno per una soluzione consortile. «Si sta lavorando per trovare una soluzione, qualunque essa sia», ha detto ieri Gianni Franco Papa, dg di Unicredit.
Anche la Borsa ha reagito con sollievo all’ipotesi, con rialzi per il settore attorno al 3%, perché spalmare i costi ha il pregio di rendere l’impatto sostenibile. Giovanni Razzoli di Equita Sim ha stimato che se gli 1,2 miliardi mancanti fossero versati dalle maggiori 10 banche quotate l’impatto medio sul loro patrimonio Cet 1 sarebbe di 12 punti base. L’impatto salirebbe invece a 148 punti base per Intesa Sanpaolo e a 106 punti base per Unicredit si comprassero una banca veneta ciascuno; come fatto dal Santander con il Banco Popular in Spagna, operazione lampo che ieri ha incassato anche il plauso di Moody’s sui rating. Ma Italia e Spagna pari non sono: «Ogni caso bancario è trattato come a sé stante – ha detto il vice presidente della Commissione Ue, Valdis Dombrovskis -. Stiamo lavorando a stretto contatto con le autorità italiane». Nelle prossime ore la proposta consortile potrebbe pervenire alle altre banche italiane: anche se da Banco Bpm (alle prese con la fusione), Ubi (che ha varato ieri l’aumento di capitale da 400 milioni per comprarsi le tre banche ponte) e Bper (che si è comprata Ferrara, la quarta banca ponte) si registra perlomeno freddezza sull’ipotesi di un nuovo cip per le venete.

Andrea Greco

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