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Unicredit, il board sceglie Orcel. Sul tavolo il salvataggio di Mps

L’ufficializzazione di Andrea Orcel come ceo designato di Unicredit è avvenuta ieri pomeriggio all’unanimità da parte del board. Il 57enne banchiere romano trapiantato a Londra arriverà al comando della banca dopo l’assemblea del 15 aprile, mentre l’attuale ceo Jean Pierre Mustier — secondo fonti a conoscenza del dossier — si dimetterà dopo l’ok ai conti l’11 febbraio.

Orcel avrebbe chiesto del tempo per poter transare le cause che lo vedono opposto al Santander (di cui doveva diventare ceo) e a Ubs, rispettivamente per 112 milioni e per 50 milioni. Anche la retribuzione di Orcel sarebbe stata fissata a un livello più alto degli 1,2 milioni di Mustier ma sempre dentro gli standard di Unicredit.

Considerato uno dei più capaci banchieri d’affari, già numero uno dell’investment banking di Ubs e prima ancora in BofA Merrill Lynch, Orcel ha ricevuto gli apprezzamenti del presidente Cesare Bisoni e del numero uno designato, Pier Carlo Padoan («ha una vasta esperienza e una straordinaria capacità di visione strategica») ma anche da due importanti soci che lo hanno sostenuto nella corsa. Il presidente di Cariverona (1,76% di Unicredit), Alessandro Mazzucco, sottolinea «l’impegno apprezzabile» del board di Unicredit nella scelta del ceo «anche a tutela degli azionisti», augurando «buon lavoro a Orcel» (per anni advisor della fondazione veronese). «Piena soddisfazione e apprezzamento per la scelta» arriva da Massimo Lapucci, segretario della fondazione Crt (1,6%): «Guardiamo con grande attenzione al piano di crescita di Unicredit e ad eventuali operazioni di carattere straordinario», aggiunge, «che dovranno essere finalizzate alla valorizzazione della banca nell’interesse del Paese e di tutti gli azionisti».

Il mercato scommette su una fusione sul mercato nazionale. Orcel sarà da subito al lavoro, anche se per ora dall’esterno, sul dossier Mps, sollecitato dal Tesoro che entro aprile 2022 dovrà cedere l’istituto senese di cui ha adesso il 64%. Mustier ha posto le pre-condizioni, ovvero che un’operazione nell’interesse degli azionisti e che non consumi capitale. Per questo motivo il Tesoro ha predisposto una dote che — tra crediti fiscali (Dta), possibile copertura sulle cause, acquisto degli npl Unicredit da parte di Amco e quota di aumento del Monte — si aggira sui 6 miliardi di euro. Tuttavia Unicredit ancora ieri non era entrata nella data room aperta da Mps a favore di eventuali soggetti interessati a studiare un’acquisizione. Secondo fonti al lavoro sul dossier, nessun altro soggetto è andato finora a vedere i numeri.

Oggi tocca a Mps

L’istituto senese oggi approva il capital plan da 2-2,5 miliardi da proporre alla Bce

Ma il mercato si attende che Orcel non guardi solo a Mps. Potrebbe riprendere piede l’ipotesi di una fusione con Banco Bpm (che magari possa comprendere Mps, in più fasi); ma ieri sono circolati anche scenari, molto suggestivi, di grandi operazioni sullo scacchiere italiano che coinvolgerebbero perfino Mediobanca o Generali. Si vedrà nelle prossime settimane. Il titolo tuttavia ha lievemente ritracciato, -0,77% a 7,69 euro dopo il +4,5% di martedì.

Molto dipenderà dalle mosse di Mps. Oggi l’istituto senese guidato da Guido Bastianini riunisce il consiglio per approvare il «capital plan» che entro gennaio va presentato alla Vigilanza Bce guidata da Andrea Enria. Peraltro la Bce si prenderà alcune settimane per approvarlo e potrebbe anche concedere a Mps — che ha stimato un ammanco di capitale di 300 milioni nel primo trimestre che salirà a 1,5 miliardi a fine anno — di operare temporaneamente con un deficit limitato. Le ipotesi sono di un aumento in due fasi: un bond ad alto rischio (At1) da 500 milioni in primavera, dopo l’ok Bce; poi un aumento da 1,5 miliardi che il Tesoro sottoscriverebbe pro-quota, a condizione che ci siano investitori privati. Per esempio, Unicredit.

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