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Unicredit, aumento a sconto del 38%

La corsa di Unicredit in Borsa non si è arrestata neanche in attesa di prezzo e condizioni del maxi-aumento di capitale da 13 miliardi, il più importante della storia della finanza italiana. Ieri la banca ha guadagnato un altro 5,7% a 26,60 euro, mentre in serata il board ha stabilito che le nuove azioni saranno offerte a 8,09 euro, con uno sconto del 38% (sul «terp», prezzo dopo la separazione del diritto di opzione). I mercati coinvolti saranno Italia, Germania e Polonia.

L’amministratore delegato Jean Pierre Mustier vuole fare in fretta: l’aumento parte lunedì 6 e termina il 23 e resterà aperto fino al 10 marzo per i diritti inoptati. L’obiettivo è chiudere quanto prima il gap tra il capitale rimasto (8%) dopo 12,2 miliardi di svalutazioni e quello minimo (10%) chiesto dalla Bce. Solo in questo modo Unicredit riuscirà a pagare le cedole sui bond più rischiosi (At1) in scadenza a marzo. In totale, tra ricapitalizzazione e cessioni di asset come Pioneer, la polacca Pekao e le quote di Fineco, sono 20 miliardi i capitali freschi per l’istituto. I soldi sono certi: ieri un pool di banche ha concesso la garanzia su tutti i 13 miliardi di aumento. Il consorzio è guidato da Morgan Stanley e Ubs (advisor) con Bofa Merrill Lynch, Jp Morgan e Mediobanca (global coordinator), Citigroup, Credit Suisse, Deutsche Bank, Goldman Sachs e Hsbc (co-global coordinator) e altre 20 banche internazionali.

Lo sconto offerto ai soci è più basso del 43% dell’ultimo aumento da 7,5 miliardi di cinque anni fa varato dal ceo Federico Ghizzoni, con Mustier allora a capo dell’investment banking. Anche quella volta la ricapitalizzazione seguì a una maxi-pulizia delle acquisizioni dei primi anni Duemila a cominciare da Capitalia, che comportò una perdita di 9,2 miliardi sul bilancio 2011.

Stavolta la pulizia serve ad allentare il peso dei crediti deteriorati, anch’essi un’eredità del passato visto che oltre il 90% dei circa 18 miliardi di npl da vendere risale a prima del 2011. La cessione avverrà in due tempi: la prima parte entro il secondo semestre dell’anno, il resto nel corso del piano strategico. Il cosiddetto «progetto Fino» prevede una cartolarizzazione con i fondi Pimco e Fortress come acquirenti. Tutto in accordo con la Bce che, sottolinea Unicredit, ha «accolto positivamente» le iniziative «volte a incrementare la qualità degli attivi».

Ai blocchi di partenza dell’aumento, il titolo è ancora in guadagno sulla vigilia del piano industriale dello scorso 13 dicembre, salutato con un boom di +16% in Borsa. E il rialzo è di quasi il 40% da luglio, quando fu nominato Mustier, la cui luna di miele con il mercato continua, dopo un roadshow mondiale di oltre un mese: «L’aumento sta andando molto bene», ha detto solo due giorni fa il banchiere. Anche la maxi-perdita da 11,8 miliardi sul 2016 non è vista male: Equita ha alzato ieri da «hold» a «buy» il giudizio proprio perché il «derisking e il taglio dei costi sono quasi completati». Nonostante 1 miliardo di maggiori svalutazioni, tra cui Atlante, Unicredit ha confermato l’obiettivo di un patrimonio di oltre il 12,5% nel 2019.

Ora la parola passa ai soci, in testa le fondazioni italiane che finora hanno avuto grande peso nella governance. «Abbiamo il mandato a coprire l’aumento pro quota», pari a circa 300 milioni, ha detto il neo-presidente della fondazione Crt, Giovanni Quaglia, eletto ieri all’unanimità. Crt ha il 2,3% ed è il primo socio italiano. Ma il Tesoro non ha ancora dato l’ok all’investimento, ha precisato Quaglia. Oggi chiarirà la sua posizione la Fondazione Cariverona, che ha il 2,2%. Ma pare scontato l’appoggio al piano, già espresso in assemblea a gennaio.

Fabrizio Massaro

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