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UniCredit apre il cantiere governance

Prima una modifica essenzialmente di carattere formale allo statuto, là dove si parla di consiglieri indipendenti. Poi, l’autovalutazione dell’attività svolta dal consiglio uscente e quindi il documento contenente la composizione qualitativa (e soprattutto quantitativa) ideale di quello che sarà eletto nella primavera prossima. A sette mesi dall’assemblea che disegnerà il nuovo board, UniCredit apre il cantiere della governance: secondo quanto risulta a Il Sole 24 Ore, mercoledì scorso la questione è finita sul tavolo del comitato governance, mentre domani verrà data un’informativa al consiglio.
Sarebbero previsti due passaggi. Il primo punta a una modifica dello statuto nella parte relativa al consiglio di amministrazione, con l’adeguamento alla circolare 285 della Banca d’Italia nella sua ultima formulazione (aggiornata a maggio dopo una lunga consultazione) in tema di consiglieri indipendenti: UniCredit inserirà nello statuto un rimando alla definizione del Tuf, e la modifica – che sarà votata dal cda in una delle prossime sedute – non necessiterà di un passaggio assembleare perché si tratta di semplice adeguamento alla disciplina della Vigilanza. Dopo il voto del board, la delibera con la proposta di modifica verrà inviata a Via Nazionale che avrà 90 giorni di tempo per approvarla.
In parallelo, si sta avviando il processo di autovalutazione del consiglio nonché la macchina per il rinnovo. Rispetto al passato le acque sembrano tutt’altro che agitate, con il piano messo a punto dal ceo Federico Ghizzoni che con il 2014 dovrebbe dare i suoi primi frutti (soprattutto in termini di redditività) e il presidente Giuseppe Vita candidato naturale a un secondo mandato; tuttavia, alla struttura attuale del consiglio andranno apportati alcuni ritocchi, che tengano conto non solo delle novità normative, ma soprattutto di come si è evoluto l’azionariato negli ultimi tre anni. Al riguardo, il board avrebbe dato mandato al presidente Giuseppe Vita, e al vice Vincenzo Calandra Buonaura di avviare i contatti con i grandi soci, ai fini della predisposizione delle liste.
I contatti sono solo alle battute iniziali, ma l’intenzione – si apprende – sarebbe quella di scendere dagli attuali 19 consiglieri a un board a 17 posti. Di fatto, due in più del tetto massimo previsto dalla Banca d’Italia, che tuttavia non entrerà in vigore già con il prossimo mandato e che in più prevede deroghe per le banche di maggiori dimensioni (tra cui potrebbe figurare dunque UniCredit); tra i 17, è destinata a salire la componente femminile: nell’attuale board siedono quattro donne, nel prossimo potrebbero salire a cinque o addirittura a sei, conformandosi così in anticipo alle indicazioni della Vigilanza che riservano almeno il 33% dei board alle quote rosa. Chi perderà i suoi rappresentanti? Come detto, il confronto è solo all’inizio, ma – azionariato alla mano – è destinata a ridursi la rappresentanza delle Fondazioni, che tre anni fa avevano in mano quasi il 12% del capitale e oggi si ritrovano sotto il 9: Cariverona, primo azionista italiano con il 3,45%, già oggi ha un solo rappresentante in cda, ed è probabile che si allineeranno sia Crt che Carimonte, entrambe diluite dal 2012 a oggi; a rischio anche alcuni posti per le piccole Fondazioni, in particolare per Cassamarca (che ha quasi azzerato la quota). Al contrario, negli ultimi due anni è cresciuto il peso di BlackRock, di poco sopra il 5%: il gigante dei fondi verrà sondato per valutare un eventuale interesse a confluire nella lista di maggioranza.

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