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Unicredit, ai soci il 30% degli utili Mustier accelera sulle sofferenze

Portati a casa 20 miliardi di patrimonio in poco più di un anno, l’amministratore delegato di Unicredit, Jean Pierre Mustier, tira le prime somme del piano «Transform 2019»: «Il motore sta lavorando bene», ha sottolineato a Londra al Capital Markets Day, «il piano è pienamente in linea con le attese e sta generando i primi risultati positivi». E anche i primi effetti concreti: il dividendo sale dal 20 al 30% degli utili 2019, per poi arrivare fino al 50% negli anni a seguire. Merito, questo, di varie componenti come ricavi stabili, costi in calo, meno rischi e riduzione ulteriore di crediti deteriorati (npl), nonché di un quadro regolatorio che si va assestando: «Dopo Basilea4 non dovrebbero arrivare nuove norme tali da impattare sui bilanci», ha spiegato il manager.

Esattamente un anno fa Mustier, tornato in Unicredit da appena cinque mesi, raccoglieva nello stesso hotel di Londra centinaia di analisti e investitori per annunciare una operazione shock: 13 miliardi di aumento di capitale, cessioni di parti importanti della banca (Pekao, Fineco, poi Pioneer), una mega pulizia del bilancio da 17 miliardi di crediti in sofferenza, il progetto Fino (acronimo di «Failure is not an option»). Ora, nonostante le nuove regole (Ifrs9, Eba) e i loro effetti sul patrimonio — «che nel 2018 temporaneamente scenderà sotto il 12,5% per poi risalire l’anno dopo», ha spiegato il cfo Mirko Bianchi — gli obiettivi sono più alti: entro il 2019 saranno venduti 4 miliardi di npl in più rispetto a quanto indicato un anno fa (scendendo così a 17,7 miliardi netti), mentre la divisione «non core», nella quale sono stati segregati gli npl non ceduti, sarà azzerata entro il 2025 senza ulteriori costi. Il 56enne banchiere francese ha così confermato i target di un rendimento (rote) sopra il 9% con un profilo di rischio e un di capitale oltre il 12,5% (come cet1 ratio).

Esclusa ancora una volta un’acquisizione: «Ci fa piacere che Bce dica che è importante avere banche paneuropee. Noi siamo una delle poche banche paneuropee e intendiamo essere vincenti», ha detto Mustier.

La strategia è di crescere solo «per via organica, fino al 2019 e anche oltre». Si potranno eventualmente comprare portafogli in bonis, cioè clienti, ma non nei mercati maturi come l’Italia. Anche su Mediobanca, confermata la linea attendista: «Per noi è una partecipazione finanziaria, per ora il suo prezzo non è adeguato ma quando lo sarà vedremo il da farsi; probabilmente saremo venditori».

Prosegue anche il progetto Fino: ieri Unicredit (-1% in borsa in linea con il listino) ha chiuso accordi per scendere sotto il 20% delle cartolarizzazioni vendendo a Generali 990 milioni non performing loans lordi del pacchetto da 3,3 miliardi creato con Pimco, a un prezzo che, ha spiegato il chief risk manager, il malese Tj Lim, dovrebbe essere «leggermente superiore» al 13% ufficioso della prima cessione di Fino.

Un altro accordo vincolante è stato raggiunto con King Street Capital Management sui 14 miliardi di npl cartolarizzati con Fortress. «Non ci sono ulteriori accantonamenti su Fino e l’operazione non è sotto nessun tipo di esame approfondito da parte della Bce», ha ribadito Mustier. Adesso si attende il decreto previsto del governo sulle Gacs.

In merito alla riduzione dei costi (la stima è di 10,6 miliardi), la banca è già «a uno stadio più avanzato» circa i tagli al personale e sulla chiusura delle filiali: «Non pensiamo di chiuderne altre, nonostante il forte investimento in tecnologie informatiche, perché pensiamo che le filiali resteranno un’attività core», ha spiegato il direttore generale Gianni Franco Papa. Se ne riparlerà dopo il 2019.

Fabrizio Massaro

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