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Unicredit, addio a Mediobanca Venduto sul mercato l’8,4%

Unicredit prende la porta e lascia Mediobanca, dov’era tra i pilastri dell’azionariato da 73 anni, cioè dalla sua fondazione. Con un blitz approvato dal consiglio di amministrazione ieri si è aperta e chiusa in poche ore la vendita dell’8,4% che restava, come “partecipazione non strategica”, della banca d’affari fondata nel 1946 da Enrico Cuccia e da lì presidiata dalle tre Banche di interesse nazionale (tra cui appunto l’allora Credito italiano). L’operazione era nell’aria, perché negli ultimi mesi si erano formate le premesse per una nuova cornice azionaria dell’un tempo “salotto buono” della finanza italiana, sia per il – connesso – rialzo vivace di Mediobanca in Borsa, fino ai 10,78 euro di ieri (-0,56%), sopra il prezzo di carico di Unicredit che è quasi di 10 euro.
A intermediare l’operazione, studiata come «di mercato e sul mercato », sono state le banche d’affari Bofa e Morgan Stanley: che hanno venduto i titoli a un plotone «diversificato di investitori», sui quali Unicredit si è impegnata a «non interferire »; dalle prime indiscrezioni sembra abbiano comprato principalmente fondi anglosassoni, e nessuna azione risulta sia andata a Delfin, la finanziaria di Leonardo Del Vecchio salita al 7,5% di Mediobanca.
Unicredit ha incassato i circa 800 milioni (senza impatti patrimoniali e con plusvalenza di circa il 5%) che userà «per supportare lo sviluppo delle attività dei clienti» della banca. Le modalità della cessione sono un chiaro segnale di neutralità rispetto al blitz di Leonardo Del Vecchio che ora lo rende primo azionista in Piazzetta Cuccia. Primo da solo, perché da ieri c’è un 8,4% i più di Mediobanca in mano ai fondi istituzionali, finora dalla parte dell’ad Alberto Nagel; e il voto del 40% del mercato deciderà qualsivoglia svolta strategica nel futuro.
Per l’ad di Unicredit Jean Pierre Mustier il percorso risultava segnato fin dall’ottobre 2018. Quando, a seguito dell’uscita anticipata del patto tra soci di Mediobanca del finanziere bretone Vincent Bolloré (che allora aveva un 7,9% e ha giorni fa ha iniziato a vendere l’1%), Mustier si era speso per formare un nuovo patto, capace di proteggere da appetiti estranei Mediobanca e la sua storica quota in Generali, un 13% che la rende da decenni prima forza a Trieste. Ma allora i restanti pattisti e il management di Mediobanca (i cui rapporti con Mustier non sono mai stati buoni) preferirono un “patto leggero” sul restante 20,7% sindacato: senza accordi di blocco, né di voto in assemblea. Un passaggio mal digerito dal leader di Unicredit, e che gli ha fatto pensare «ve l’avevo detto» quando, due mesi fa, Del Vecchio è piombato in Mediobanca in vena di «discontinuità ». Non potendo Unicredit interferire sulla gestione della partecipata bancaria – per i conflitti di interesse che ne verrebbero, tanto che la Bce vigilante vieta simili ingerenze non è rimasto molto da fare a Mustier che vendere la quota; in analogia con quanto da tre anni il manager ha fatto su Pekao, Pioneer, Fineco. E pochi momenti erano migliori di ora per farlo: con la quotazione tornata dopo anni sopra i valori contabili, nell’imminenza di un piano strategico difficile, che Unicredit presenterà il 3 dicembre, e lasciando la mano a un nuovo socio forte e alternativo, che Mustier stima e continua a ritenere «un grande imprenditore italiano».

Andrea Greco

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