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Unicredit, ad in stallo ma il titolo ha perso 18 miliardi nel 2016

Al falò dei miliardi gli azionisti Unicredit si scaldano da anni ormai. Oltre nove, da quel beato marzo 2007 in cui la banca segnò il massimo di 37,89 euro. Pure, quel che accade negli ultimi mesi è peggio: da gennaio l’azione perde il 57%, molto più delle rivali e degli indici, che comunque zoppicano. In miliardi sarebbero più di 18: quelli che distano dalla capitalizzazione di inizio anno e i 13,65 miliardi raggiunti ieri dopo il calo a 2,21 euro (-1,95%), sui minimi di sempre.
Quando si dice “la Borsa brucia” suona molto impersonale. Ci sono nove azionisti stabili padroni del 25% delle quote che da gennaio perdono 4,52 miliardi. Sono, dal maggiore, il fondo Aabar (5%), Blackrock (4,99%), Central Bank of Lybia (2,92%), Fondazione Cariverona (2,83%), Fondazione Caritorino (2,51%), Del Vecchio (2%), Fondazione Carimonte (1,97%), Allianz (2%), Caltagirone (1%). Sono gli stessi soci che da mesi battibeccano, tra loro e con i membri del consiglio, per trovare il sostituto dell’ad Federico Ghizzoni. Ma il mancato accordo sul nome fa dire al presidente Giuseppe Vita che la nomina arriverà «entro fine luglio». Una tempistica lunga come poche – si parla di una delle 29 banche mondiali a rilevanza “sistemica” – e che offre argomenti ai venditori e agli speculatori.
Il passo indietro del successore di Alessandro Profumo è avvenuto il 24 maggio, dopo mesi di mugugni di vari soci insoddisfatti proprio del rendimento dell’azione, e della banca italo-tedesca. Da allora dietro le quinte si è visto il tentativo di aggregare i consensi sulla candidatura di Marco Morelli, ben visto dai soci privati e dall’ente veronese. Ma le divisioni sono ancora troppo alte: e Caritorino, nume di Mediobanca tramite il vice presidente Fabrizio Palenzona, ha buttato la palla avanti. Unicredit è infatti socio perno di Mediobanca, e il timore di ripercussioni future sull’azionariato della banca d’affari potrebbe indurre l’ad Alberto Nagel a competere per il posto di Ghizzoni. Come secondo passo i soci, coordinati dal presidente Vita, avrebbero sondato Sergio Ermotti, ex vice di Profumo che ha risanato e guida Ubs: ma il banchiere ticinese ha detto no grazie. Siamo a giugno, e al conferimento del mandato ai cacciatori di teste di Egon Zehnder, che ora valutando il profilo ideale e tra poco lo declineranno sui nomi in partita. Chissà se ci sarà ancora quello di Morelli, che lunedì ha detto in una riunione interna a Bofa che «sta bene dove sta».
I giorni passano e l’azione, complice Brexit o altro, va giù: nel dopo Ghizzoni fa quasi -30%. Tra i più mazziati i libici, entrati in Unicredit nel 2010 quando valeva 13 euro. O gli emiratini di Aabar, compratori nella stessa fase (e benché coperti al ribasso da opzioni). Ma anche Blackrock, che ha comprato forte circa tre anni fa, quando l’azione valeva il doppio. O l’ente scaligero, che ai valori del suo bilancio 2015 sconta una minusvalenza teorica sul miliardo (difatti è tra i soci che più criticano lo stallo attuale). Crt invece ha in carico a 4,38 euro la quota: se vendesse perderebbe sui 250 milioni. Più contenuta la perdita dei soci privati, entrati con l’aumento 2012, sui livelli odierni. Ma i privati, diversamente da altri, investono soldi loro. Per tutti il tonfo è ancor più sinistro considerato che tra le prime mosse del futuro capo ci sarà un altro aumento, che il mercato stima sui 5 miliardi.

Andrea Greco

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