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Unicredit, Abu Dhabi al 5,5% la carica dei fondi sovrani

di Fabrizio Massaro

MILANO — Mentre il cantiere del piano industriale e dell'eventuale rafforzamento di capitale di Unicredit (oggi con un Core tier 1 al 9,12%) è in piena attività, e le ipotesi su un aumento (e su come farlo) si susseguono in attesa della decisione che dovrebbe essere presa entro novembre, si chiarisce di più la platea dei soggetti che eventualmente saranno coinvolti nella ricapitalizzazione. E per la prima volta compaiono i fondi sovrani cinesi, con lo 0,46% (collocandosi fra due fondazioni storiche come Banco di Sicilia, allo 0,6%, e la Cr Trieste, che ha circa lo 0,4%) e nuovi investitori dall'area del Golfo, che adesso arriva a pesare complessivamente il 6%. Tutto ciò senza considerare il 7,5% libico, sia pure congelato, fra Banca centrale e Lia.
Sono complessivamente dodici i fondi sovrani arabi: due di Abu Dhabi hanno lo 0,443%, che sommati al 4,99% del fondo Aabar portano Abu Dhabi al 5,5%; sei entità del Kuwait (a cominciare dal governo) lo 0,361%; due fondi sauditi lo 0,182%, mentre l'Oman ha appena lo 0,007% attraverso due veicoli. La Cina è invece entrata attraverso sei soggetti, tra i quali la People's Bank of China, cioè la banca centrale.
La fotografia dei fondi sovrani in Unicredit è nella risposta del ministero dell'Economia a un'interrogazione dei deputati della Lega Nord Maurizio Fugatti, capogruppo in commissione Finanze, e Silvana Comaroli. Sebbene basata sul libro soci al 27 settembre 2010, accanto all'interesse che Piazza Cordusio suscita nei grandi investitori istituzionali dimostra anche la vulnerabilità del controllo di fatto rappresentato dalle fondazioni bancarie, che insieme pesano per il 13% circa. «Finora questi fondi sono stati silenti e non sono venuti in assemblea. Ma se iniziano a voler contare? Che garanzie di trasparenza danno?», è il timore di Fugatti.
Il quadro è ancora più frastagliato se si considera che all'assemblea dello scorso aprile comparivano molti soci pesanti, come il fondo sovrano della Norvegia (oggi al 2,07%), Dodge&Cox (295 milioni di azioni), Cnp Assurances (93 milioni), Lazard (107 milioni), Janus (127 milioni). Sui 40 milioni c'erano il fondo pensioni canadese, diversi fondi di Ubs, e così via. Senza contare un big come Blackrock, al 4%.
Circa il cantiere del piano industriale di Unicredit, ieri alcune ipotesi circolate in ambienti delle fondazioni suggerivano un rafforzamento soft, di qualche miliardo, costruito su due direttive: una riedizione del prestito convertibile Cashes (come riferito da MF) sposata però anche a un taglio al dividendo, in modo da limitare l'esborso diretto delle fondazioni. «Senza fondamento» invece l'ipotesi della cessione delle banche controllate Yapi Credi (Turchia) e Pekao (Polonia).

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