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UniCredit, il 72% a istituzionali e fondi sovrani

La “nuova” UniCredit, quella uscita dall’aumento di capitale da 13 miliardi e che per la prima volta si è palesata ieri in assemblea, è per quasi i tre quarti in mano al mercato. Il 62% fa capo agli istituzionali, quasi interamente esteri, un altro 10% ai fondi sovrani. Com’era prevedibile, la valanga di nuova carta ne ha modificato strutturalmente la proprietà: le Fondazioni, in passato padrone indiscusse della banca, oggi hanno in mano il 6% del capitale, mentre al retail – cioè i piccoli risparmiatori – è restato il 13% del capitale, meno della metà del 28,8% che veniva loro attribuito a fine novembre.
Era già una public company, oggi lo è ancora di più. Ma se è vero che gli attori di mercato sono i più difficili da fidelizzare, allora è un fatto significativo che ieri in assemblea si sia presentato, pur per delega, il 57% del capitale, più del 46% dell’anno scorso quando l’azionariato era più ristretto. Un successo per il nuovo ceo Jean Pierre Mustier, l’uomo dei fondi, una conferma dell’inesorabile marginalizzazione dei piccoli soci, tradizionali protagonisti dell’assemblea, che ieri non hanno mancato di rimarcare la propria amarezza per una banca che ormai è scappata loro di mano. Non a caso, dopo i mugugni quando si è iniziato a votare non c’è stata storia: i conti della “vecchia” UniCredit, cioè gli 11,4 miliardi di perdite del 2016 per le pesanti svalutazioni su crediti e partecipazioni, sono passati al 99,9%, meno plebiscitaria ma comunque approvato con largo margine anche il piano di remunerazione – Mustier e i top manager si sono ridotti lo stipendio del 40% – con relativi incentivi; com’era già accaduto settimana scorsa all’Eni, qualche fondo ha detto no, Fondazione CrTorino e CrTrieste si sono astenute, il dg di CariVerona Giacomo Marino non ha votato perché già uscito dall’aula.
Sfumature, nei fatti. Ieri il titolo ha guadagnato un altro 1,8%, oggi che ancora più di ieri il pallino è in mano al mercato, la situazione impone di guardare avanti: all’ulteriore smaltimento degli Npl (il gruppo ha conseguito una «riduzione significativa dei crediti deteriorati grazie ad azioni decise per ridurre il rischio, raggiungendo il livello più basso da metà 2010», ha sottolineato Mustier), il rafforzamento del capitale («Siamo in anticipo sulle nuove regole di Basilea 3») e più in generale l’implementazione del piano Transform 2019, che dopo la dieta forzata del 2016 prevede già sul bilancio del 2017 un ritorno al dividendo, pari al 20% dei profitti al netto delle voci straordinarie.
Nel futuro, c’è anche il capitolo governance. Ieri è iniziato l’ultimo anno della legislatura, nel 2018 ci sarà da rinnovare il board secondo regole e numeri che tengano maggiormente conto della fisionomia da public company. Tema che spetta al consiglio e al cantiere governance preannunciato dal presidente, Giuseppe Vita, martedì nella sua intervista a Il Sole 24 Ore, ma che sta particolarmente a cuore anche al ceo Mustier, che tra le tante ipotesi sul tavolo non vedrebbe male anche un listone unico per il nuovo board, capace di unire sensibilità ed esigenze di quelle che erano la maggioranza e la minoranza ma che nel nuovo assetto di fatto si sono mischiate. Alcune novità sono già state individuate, cioè la riduzione del consiglio da 17 a 15 componenti e delle vice presidenze da tre a una; per il board ci sarà da aspettare il 2018, per l’altro punto no: dopo Fabrizio Palenzona, ieri anche Luca Cordero di Montezemolo ha rinunciato alla carica di vice, come anticipato da Il Sole. Montezemolo in questi giorni è ad Abu Dhabi per perorare la causa di Alitalia, ma nella lettera al presidente Giuseppe Vita ha spiegato che si tratta di una decisione «in coerenza con quanto deciso» dal lavoro sulla governance svolto dal. Comitato Corporate governance, da lui presieduto. «Tra le raccomandazioni di cui il Comitato, ed io personalmente, si è fatto promotore – scrive infatti Montezemolo nella lettera, riportata dall’Ansa – vi è quella di una grande semplificazione della composizione del cda che passa attraverso la riduzione del numero dei vice presidenti da tre ad uno».

Marco Ferrando

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