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«Un’Eurozona a velocità unica»

Al vertice di Berlino con Draghi, Merkel chiarisce il concetto di Europa a geometria variabile
Trump, Europa a due velocità e Grecia; mentre i populismi infiammano le piazze. È caduto in un momento particolarmente delicato l’incontro tra il presidente della Bce Mario Draghi e la cancelliera tedesca Angela Merkel. Coperto da un segreto impenetrabile, come sempre, il meeting dedicato allo stato di Eurolandia, sembra comunque segnare un cambio di rotta nelle relazioni tra Germania e banca centrale, nei giorni scorsi piuttosto difficili. In serata la cancelliera, pur ribadendo di non voler commentare l’incontro, ha fatto però un’importante precisazione su uno dei temi: «Vorrei sgombrare il campo – ha detto – su un equivoco sorto sull’Europa a diverse velocità. Esiste già, perché ad esempio non tutti i Paesi della Comunità Europea aderiscono all’euro. Ma non è vero che ho parlato di velocità diverse riguardo all’Eurozona, anzi l’area dell’euro deve essere coesa e continuare a sostenere tutti i progetti varati assieme come il fondo salva-Stati. Invece – ha continuato – si può, all’interno della Ue, avere settori dove può esistere una cooperazione rafforzata, come ha proposto di recente la Danimarca sulla giustizia. Tuttavia, questi progetti devono essere aperti a tutti, non è fattibile che tre Stati si siedano, decidano e vadano avanti da soli, lasciando gli altri fuori».
È innegabile che, in vista dell’incontro di ieri, i toni si siano rasserenati. Mercoledì, il ministro delle Finanze Wolfgang Schäuble ha detto che «è un’arte preparare e pianificare un’uscita da una politica monetaria straordinaria in modo da prevenire grandi distorsioni». E ha aggiunto: «Sono felice che la Bce tenti di adottare una politica monetaria prudente e attentamente bilanciata». Lo stesso giorno il presidente della Bundesbank Jens Weidmann – geloso dell’indipendenza della “sua” banca centrale, ma espressione dello stesso mondo politico e culturale di Schäuble e Merkel – ha spiegato che è troppo presto perché la Bce possa pensare a ridimensionare lo stimolo monetario anche perché l’inflazione, che pure ha raggiunto l’1,9% in Germania, è legata soprattutto ai prezzi del petrolio. Non erano così concilianti i toni solo qualche giorno fa. Il 25 gennaio, per esempio, Weidmann aveva sostenuto che i requisiti per uscire dal Qe erano quasi raggiunti, mentre il 13 gennaio Schäuble aveva spinto per un’exit strategy quest’anno.
Qualcosa è accaduto nel frattempo: l’attacco alla Germania e all’euro dell’entourage di Donald Trump. L’ultimo caso, le parole del presidente del nuovo National Trade Council, Peter Navarro che ha accusato la Germania di mantenere sottovalutato l’euro per aumentare il proprio surplus commerciale.
La risposta è stata doppia: il mondo politico tedesco ha ricordato innanzitutto a Navarro – un docente di economia – che la flessione dell’euro è l’effetto delle politiche monetarie della Bce, istituzione indipendente che cura gli interessi di tutta Eurolandia, e non delle politiche tedesche. Nello stesso tempo ha difeso la stessa Bce da ogni possibile attacco proveniente da oltre oceano. È in questa chiave che vanno lette le ultime parole di Schäuble: «Il cambio dell’euro, strettamente parlando, è troppo basso per la posizione competitiva della Germania». «Quando Mario Draghi si è lanciato in una politica monetaria espansiva, gli avevo detto che questo avrebbe spinto verso l’alto il surplus tedesco», ha poi aggiunto, con una frase che trova pieno significato nei dati di ieri sull’avanzo record.
È indubbio che questa piccola virata nella retorica è stata resa possibile dal fatto che in Germania i partiti tradizionali, non populisti, sono più solidi che altrove. Il populismo – in un anno elettorale (Olanda, Francia, Germania) – resta però un tema centrale, ed è verosimile che nell’incontro si sia anche parlato della dichiarazione ufficiale, in occasione del 60° anniversario dei Trattati di Roma, che deve rilanciare l’integrazione europea. Si discute se e come inserire nel testo l’idea di una Europa a geometria variabile che preveda processi diversi di integrazione a seconda dei paesi e dei settori. L’istituto monetario è probabilmente favorevole a questo impegno – purché non intacchi l’unità dell’Unione monetaria, ovviamente – mentre Berlino deve trovare un equilbrio tra l’urgenza di rafforzare la zona euro e il desiderio di mantenere l’unità tra i Paesi membri della Ue.
La posizione di Draghi, riassunta all’inizio del mese a Lubiana, sottolinea come alla crisi finanziaria, economica e debitoria degli ultimi anni abbia contribuito un assetto istituzionale non sufficientemente forte. «Sono stati compiuti molti passi importanti per porre rimedio a queste difficoltà, in particolare la realizzazione dell’unione bancaria – ha detto il banchiere centrale – ma questo progetto è ancora incompleto». «Ci separa ancora una certa distanza dal completamento dell’Unione monetaria, ossia un’unione in cui i paesi assumono responsabilità collettiva per l’area dell’euro nell’ambito di istituzioni comuni».
L’esplicita presa di posizione è giunta mentre la Commissione europea ha promesso di pubblicare in occasione dei festeggiamenti del 25 marzo a Roma una relazione sullo stato di salute dell’Unione, suggerendo possibilmente nuove strade per rafforzare l’integrazione. Al centro delle riflessioni dell’esecutivo comunitario ci sono anche le recenti proposte di Mario Monti per promuovere nuove risorse proprie nel bilancio Ue.
Molto probabile, infine, che Draghi e Merkel abbiano affrontato il tema della Grecia. Le riforme di Atene sono incomplete, Atene incontra qualche difficoltà politica a vararle, mentre l’Fmi sembra adottare – sul surplus fiscale – una posizione più morbida di Commissione e Bce.

Beda Romano
Riccardo Sorrentino

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