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Un’economia senza ripresa?

Nella prima settimana dopo gli attentati alle Torri gemelle, gli americani spesero con le carte di credito il 20% in meno. Si era fermata l’economia della fiducia, perché quel rettangolino di plastica che abbiamo nel portafoglio vuol dire fiducia. «Tornate a spendere, riprendete una vita normale» dicevano George Bush e il sindaco di New York Rudolph Giuliani. Alla fine passò. Il costo economico dell’11 Settembre è stato stimato in 80 miliardi dollari. Tanto. Ma, visto quello che era successo, anche poco: lo 0,1% del Pil americano, la ricchezza prodotta in tutto il Paese. Il ministro italiano dell’Economia, Pier Carlo Padoan, dice che gli attentati nel cuore dell’Europa potrebbero avere un effetto anche sulla nostra economia, sui primi segnali di ripresa arrivati dopo anni con il segno meno. Ma stavolta quanto ci costerà, se ci costerà, l’economia della paura?

Turismo, il primo fronte
Il primo dato arriva da Roma, dove sta per cominciare il Giubileo. A luglio si prevedevano 33 milioni di arrivi, le ultime stime parlano di 10 milioni. Meno di un terzo. E il turismo ha trainato buona parte della ripresa che abbiamo visto finora. Si apriranno qui le prime crepe? «Non è detto», dice Francesco Daveri, professore alla Bocconi e alla Cattolica. «Le economie si adattano alle nuove situazioni e nelle persone spesso prevale il desiderio di continuare a fare le cose di prima. Potrebbero cambiare le destinazioni, anche all’interno dell’Italia, ma non i numeri complessivi». Meno grandi città, meno luoghi considerati a rischio. E più itinerari alternativi, destinazioni minori. Se non ci fosse di mezzo la paura, si potrebbe anche dire che l’Italia del turismo, tuttora concentrato nel triangolo Roma-Firenze-Venezia, ne avrebbe un gran bisogno.

Chiusi in casa?
Stavolta la paura è diversa. Non è stato colpito un simbolo, le Twin towers, ma la vita di tutti i giorni con i bar, i ristoranti, il concerto al Bataclan. L’effetto sui consumi può essere più sottile, ma anche più diffuso e duraturo? «Almeno per il momento molti tendono ad evitare i luoghi più affollati, come i ristoranti e i teatri» dice il sociologo Giuseppe De Rita. «Ma il vero problema — aggiunge — è che la lunga crisi economica ci ha cambiato la testa. Gli italiani hanno scoperto un valore che non credevano di avere, la sobrietà. E c’è poco da fare». Una ricerca di tre studiosi americani dice che nelle 177 nazioni colpite dal terrorismo fra il 1968 e il 2000 la crescita del Pil pro capite è stata ridotta dello 0,048% l’anno. Applicato all’Italia, con tutte le cautele del caso, vuol dire 12 euro a testa. Poco. Il punto è che ci sono contromisure che scattano in automatico: «Nel caso delle Torri gemelle — dice Gregorio De Felice, capo economista di Intesa Sanpaolo — il calo della domanda durò solo tre mesi. Come reazione al terrorismo ci sono anche i consumi consolatori, come l’abbigliamento. I consumi del tanto vale godersela, insomma». Ma c’è un altro problema ancora: «L’impatto più forte — spiega De Felice — può arrivare dai limiti al commercio internazionale, con i blocchi e le sanzioni. Il jet russo abbattuto dai turchi può portare conseguenze peggiori». E qui si arriva al tema delle decisioni pubbliche.

Le scelte dei governi
L’editorialista del Financial times Wolfgang Munchau non è mai stato tenero con l’Italia. E non si smentisce: «Certo, la paura degli attentati può avere un effetto negativo sulla crescita di tutti gli Stati europei». Ma lui invita a guardare in profondità: «Il terrorismo è solo uno degli choc possibili per le economie moderne. Ce ne potranno essere altri, magari di natura diversa. Quello che conta è rendere il sistema strutturalmente solido, in modo che possa reggere l’urto». E questo, secondo Munchau, l’Italia non l’ha fatto: «Il governo ha preferito tagliare le tasse sulla prima casa anziché spingere sulla produttività e l’efficienza. E poi quel miliardo per la cultura: sono mosse elettorali, populiste». Governi, però, vuol dire anche Europa. La settimana prossima la Banca centrale europea dovrebbe annunciare il potenziamento del quantitative easing , il piano d’acquisto di titoli di Stato per immettere denaro nell’economia. Non c’è il rischio che questa massa di liquidità alla fine generi una nuova bolla finanziaria, come già successo negli Stati Uniti dopo l’11 Settembre e dopo il crack di Lehman Brothers, con conseguenze permanenti? Una sorta di danno collaterale del sostegno alla ripresa e della guerra al terrorismo? «Il rischio c’è — dice Daveri, il professore della Bocconi e della Cattolica — ma in questo momento è il male minore. E quindi lo dobbiamo mettere in conto».
Secondo l’istituto per l’Economia e la Pace, un gruppo internazionale di esperti che ogni anno elabora l’Indice di Terrorismo Globale se non ci fossero attentati di alcun tipo il mondo sarebbe più ricco del 30%. Magari esagerano. Ma in fondo non è una previsione. Solo un sogno. E, almeno nei sogni, esagerare si può .

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