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Undicimila startup dimenticate dai decreti

La serrata non ferma i costi. Le spese sono rilevanti, dall’outsourcing della programmazione agli investimenti in ricerca o in macchinari
Si sono dimenticati le startup? I messaggi delle piccole imprese innovative appena nate al Sole 24 Ore si assomigliano tutti. Dicono che il decreto liquidità – una prima copertura all’enorme voragine che si è creata nella disponibilità di denaro delle imprese italiane con il Covid-19 – non tiene conto delle imprese che non hanno fatturato. Perché sono nate per esempio nel corso del 2019. Oppure perché non si occupano di vendere, ma di investire nella ricerca e nell’innovazione allo scopo di costruire un prodotto che non si era mai visto prima.

L’ecosistema delle startup italiane è una delle grandi scommesse per la modernizzazione dell’economia e la moltiplicazione delle opportunità per il futuro del paese. Tra soci fondatori e dipendenti occupa più di 60mila persone. Ma soprattutto ha la funzione di valorizzare in modo del tutto innovativo e concreto le idee, le tecnologie, i progetti che emergono nel paese, a partire dai centri di ricerca e dalle università per arrivare alle grandi aziende. Si tratta di una soluzione aziendale che ha trovato una certa attenzione nel sistema italiano a partire dal 2012 e che ha dato qualche soddisfazione finora, con 11mila aziende votate a cambiare il mondo.

Nelle lunghe settimane del lockdown, in effetti, il fatturato si è fermato, la liquidità è evaporata e i costi sono restati tutti li davanti agli occhi attoniti degli imprenditori. Che salutano con giudizi diversi il decreto del governo destinato a ripristinare un po’ di liquidità. Ma che nel caso delle startup non salutano affatto. Perché i soldi che le imprese possono chiedere sono misurati in funzione del fatturato. E le startup non necessariamente ne hanno. Invece, hanno spese: per l’outsourcing della programmazione, per pagare i dipendenti, per gli investimenti in ricerca o macchinari, e così via. Di solito, pagano questi costi con varie forme finanziamento, ma in generale non possono non risentire della “serrata di stato” decisa per contenere la diffusione del coronavirus e dall’arresto generalizzato dei flussi di denaro.

E comunque nello specifico, benché preferiscano essere finanziate con investimenti in conto capitale, le startup usano anche le linee di credito. Grazie alla legge che ha fatto dell’Italia un posto più ospitale per le startup, l’80% dei prestiti che le banche erogano a loro favore è garantito dallo Stato. Da sempre. E a quei prestiti le startup italiane hanno avuto accesso, negli ultimi sei anni, per oltre un miliardo di euro. Segno che il credito serve.

E allora, si sono dimenticati le startup? Angelo Coletta, presidente di ItaliaStartup, l’associazione che rappresenta questa categoria di imprese, risponde: «Sì». Se il credito serve e se le startup non possono accedere al decreto liquidità, un problema c’è. «Non possiamo essere trattati come le altre imprese» dice Coletta. «Lo Stato ci può sostenere usando parametri diversi dal fatturato. La ricerca e sviluppo, per esempio. E in relazione a quel parametro o a un altro adatto alle startup offrire fino a 800mila euro di credito automaticamente». E che altro si può fare per loro? «Mettere in gioco un fondo di debiti convertibili garantiti fino a un milione di euro, anche a condizione che almeno il 15% venga sottoscritto dai fondatori e dai soci». Per Coletta si possono inoltre prevedere altre agevolazioni: «Allungare di un anno la durata delle agevolazioni previste per le startup innovative. E aumentare al 50% le detrazioni e deduzioni fiscali a favore di chi investe nelle startup. Prevedere voucher di 25mila euro per le startup che accedono a programmi di accelerazione. Anticipare e liquidare i crediti iva e i crediti di imposta».

In effetti, le agevolazioni per le startup sono fin dall’origine pensate per favorire l’investimento in innovazione. Un elemento strategico di qualsiasi futuro del paese. E per questo anche il mondo degli investitori potrebbe essere preso in considerazione da un sistema di contributi pubblici in un momento di recessione devastante come quello attuale. «In queste settimane di emergenza tutti abbiamo potuto vedere come la tecnologia si sia rivelata fondamentale nel gestire e affrontare al meglio molti aspetti della quotidianità sia delle imprese che delle famiglie», dice Fausto Boni, Presidente di VC Hub Italia. «Per questo abbiamo scritto al Governo, per proporre una serie di provvedimenti urgenti senza i quali si rischia di compromettere il futuro del Paese e di migliaia di giovani. Altri Paesi in Europa hanno già disposto misure straordinarie a tutela delle startup». Tra le diverse proposte dell’associazione dei venture capital italiani quasi tutte sono orientate a favorire le startup nel loro sviluppo. Si osserva spesso una convergenza con le proposte di ItaliaStartup. Ma ce n’è una originale, destinata a favorire un momento della vita fondamentale per le startup e per il venture capital: la exit. Che in Italia è spesso l’aquisizione della startup da parte di un’impresa consolidata. E VC Hub Italia propone una specifica deduzione dell’intero ammontare investito dalle imprese per l’acquisizione del 100% del capitale di una impresa (startup o PMI) innovativa.

Nelle prossime settimane è atteso il piano industriale del nuovo Fondo Nazionale Innovazione. Un miliardo di euro saranno a disposizione del sistema. Ma i tempi della crisi sono incalzanti. E ascoltando la voce delle startup, il governo potrebbe anticipare i segni della sua attezione per il mondo dell’innovazione.

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