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Undici miliardi sotto il patto

Valgono 11 miliardi di euro. Ma producono un effetto moltiplicatore elevato, al punto che, con un controvalore pari a circa il 2,75 per cento della capitalizzazione della Borsa italiana, ne controllano molti degli incroci principali. Sono i patti di sindacato, per anni segno distintivo del capitalismo italiano, fatto di relazioni consolidate e di salotti buoni, giunti anche loro davanti alla necessità di un ripensamento.
I cinque principali gruppi che si avvalgono nella loro architettura societaria di accordi di sindacato — ovvero di impegni a non vendere per un certo periodo di tempo le azioni apportate, o di farlo solo a determinate controparti e ad esprimersi unitariamente in assemblea — vincolano ai patti quote rilevanti di capitale, appunto gli 11 miliardi, ma soprattutto innescano un meccanismo a cascata di ampie dimensioni che ha condizionato e condiziona l’operatività stessa di buona parte delle aziende quotate in Italia. Se ne distinguono due generi: uno diretto, proprio nella partecipata (Mediobanca, Rcs Mediagroup che edita questo giornale e Pirelli) e uno mediato che governa un soggetto giuridico diverso, che a sua volta è azionista importante della società target (Telco in Telecom Italia e Sintonia in Atlanta). La sostanza non cambia. Ma è cambiato l’intero contesto di riferimento, tanto che più d’uno si chiede quale sia il futuro di questo tipo di accordi.
Da lontano
Nel passato la funzione è stata chiara e strategica. Accordi sottoscritti in tempi lontani hanno garantito l’uscita da crisi importanti, come nel caso della Rizzoli nel 1982, più di trent’anni fa. Oppure in Telecom Italia dove, dopo la privatizzazione, si avvertì la necessità di creare un «nocciolino duro» per garantire stabilità e governabilità a un’azienda strategica nel panorama nazionale. E lo stesso è valso, in passato, per Mediobanca. Ma oggi? Proprio la scorsa settimana è stato rinnovato l’accordo tra i soci di Pirelli, che hanno però ridotto da uno a tre anni la durata del loro agreement. Non è un segnale da poco: davanti a business estremamente volatili, con incerti punti di riferimento, che senso ha limitare la libertà di movimento del singolo socio, dov’è l’interesse premiante? Ragionamento che si può condividere.
Più di un anno fa, Mediobanca pose la questione nel consiglio di amministrazione delle Assicurazioni Generali. Il Leone di Trieste non è retto da un patto, ma quote importanti di capitale sono in portafoglio a grandi gruppi finanziari e industriali. Questo per dire che le recenti dichiarazioni dell’amministratore delegato Mario Greco sulla gestione delle quote nelle società partecipate dalle Generali viene da lontano, appunto dai tempi di Giovanni Perissinotto. Il trend appare delineato: vincoli triennali in assenza di particolari criticità aziendali risultano quasi anacronistici. E così talune partecipazioni non core.
Il caso di Sintonia è invece di attualità. La holding del gruppo Benetton, controllata da un patto di sindacato — vedi illustrazione —, ha in portafoglio il 46,4 per cento di Atlantia, l’ex Autostrade e anche il 34,9 per cento di Gemina. Le due stanno fondendosi — ci sarà un’opa di cui è evidente la regia — in un’operazione da oltre 11 miliardi di euro che dovrebbe dar vita prima dell’estate alla super holding delle infrastrutture in concessione in Italia, capace di controllare dal casello autostradale sotto casa all’aeroporto di Fiumicino.
Certo, la stabilità di una governance e un approccio all’investimento industriale di medio-lungo periodo sono valori da perseguire, ma a quale prezzo in una società sempre più liquida e in assenza di punti di riferimento? Ci sono casi particolari, le crisi, settori strategici, anche il momento dell’esordio sul listino di Borsa può essere compatibile con accordi di sindacato, consigliati in molti casi, ma nella normalità della vita di una società rappresentano sempre più un’anomalia.
Un esempio da considerare viene dalle banche. Parallelamente alla privatizzazione dei principali istituti di credito negli anni Novanta del secolo scorso sono nate le Fondazioni, divenute azioniste di riferimento dei grandi attori del sistema bancario italiano: da Intesa Sanpaolo a Unicredit fino al Monte dei Paschi di Siena. Vent’anni di azionariato stabile, attraverso crisi profonde e trasformazioni epocali, senza nessun patto di sindacato. Se Unicredit e Intesa stanno in piedi senza che una sola azione sia vincolata in un accordo parasociale, l’impresa può riuscire anche ad altri.

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