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Un’apertura ogni tre chiusure tra 10 anni Italia senza negozi

Per un negozio che apre, altri tre chiudono. Nelle strade commerciali delle grandi città, lungo quelle che un tempo erano le vie dello shopping è un susseguirsi di serrande abbassate e di insegne spente. Se continua così, fra dieci anni, la bottega dietro l’angolo sarà un ricordo. Duemilaventitre: anno zero, almeno per il commercio di vicinato.

La profezia è contenuta inuno studio della Confesercenti che calcola gli effetti attuali della crisi e ne stima quelli futuri. Nei primi quattro mesi dell’anno, precisa il rapporto, a fronte di 8.006 aperture di attività, ci sono state 20.756 chiusure. Da gennaio ad aprile il saldo è stato negativo per 12.750 botteghe. Aquesto ritmo, entro l’anno, i negozi spariti saranno quasi 43.000, ed entro dieci anni non ce ne saranno proprio. Una «desertificazione urbana», fa notare Confesercenti, che si sta trasfor-mando in «emergenza sociale, economica e occupazionale: considerato che ogni negozio impegna mediamente tre persone, entro dicembre 2013 potrebbero sparire 120 mila posti».
Il tonfo è generale e si fa sentire in tutto il territorio: le chiusure sono superiori alle aperture in tutte le regioni d’Italia, con punte in Calabria e Sicilia. Guardando alle grandi città, Roma è in testa alla classifica delle serrande abbassate: solo nei primi quattro mesi dell’anno, hanno gettato la spugna 1.390 negozi (saldo negativo per 790 botteghe di vicinato). A Napoli le chiusure sono state 1.363, la seguono – nella graduatoria dei saldi negativi -Torino, Palermo e Milano.
Un po’ più protette le attività commerciali sui litorali, che perdono – ma meno – grazie al traino del turismo. Un po’ più colpiti gli anziani, i clienti che si muovono a fatica e che non hanno né la voglia, né la possibilità di andare a far la spesa nei centri commerciali. Al disagio dei centri cittadini bui e deserti – meno frequentati e quindi meno sicuri – si unisce infatti quello delle fasce più deboli della popolazione. Proprio nei comuni dove l’incidenza della vecchiaia è superiore alla media la chiusura dei negozi si manifesta in modo più evidente: fra gennaio e aprile il saldo fra attività aperte e cedute è stato negativo per l’1 per cento, mente nei centri più «giovani », si è fermato al meno 0,6.
E’ chiaro che in tale contesto l’imminente aumento dell’aliquota Iva è visto peggio che il fumo negli occhi. «Il Paese è ad un passo dal baratro – commenta Confesercenti- passare al 22 per cento significherebbe contrarre ulteriormente i consumi e aggravare la crisi del commercio al dettaglio, senza produrre gettito aggiuntivo per lo Stato». I commercianti chiedono interventi urgenti per facilitare la tenuta delle aziende: agire sì sull’Iva,ma possibilmente riportando l’aliquota al 20 per cento; abbassare la tassazione sulle imprese «per evitare distorsioni alla concorrenza »; aumentare la disponibilità di credito per le piccole imprese e avviare una «profonda » semplificazione burocratica. Sono, da sempre, le battaglie dei lavoratori autonomi e delle piccole imprese: lotta alla pressione fiscale, che – denuncia Confartigianato – quest’anno toccherà il 44,6 per cento del Pil e lotta alla burocrazia, che per le imprese ha un costo di 31 miliardi l’anno.
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