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“Una telefonata di notte tra Mussari e Botin e Antonveneta fu ceduta a un miliardo in più”

ROMA — Antonveneta venne acquistata al telefono una notte di novembre del 2007. La stessa notte in cui il suo prezzo lievitò da 8,2 a 9 miliardi di euro. E a decidere furono i due uomini che erano in linea. Giuseppe Mussari, presidente di Mps, ed Emilio Botín-Sanz de Sautola y Garcia de los Rios, fondatore e capo esecutivo del Banco Santander Central Hispano. Mussari comprò ciò che non poteva permettersi con denaro che non aveva. Botin si liberò di ciò che non gli serviva e di cui era diventato proprietario 30 giorni prima (l’8 ottobre 2007, il Banco Satantander annuncia di aver chiuso con successo l’Opa sull’olandese Abn-Amro, che aveva acquisito Antonveneta nel 2006). In quella trattativa – racconta Alessandro Daffina, Chief Executive Officer di Banca Rothschild per l’Italia, uno dei banchieri che vi presero parte «non venne redatto, né si mosse un solo pezzo di carta». E in quella trattativa Mediobanca e Jp Morgan giocarono un ruolo chiave. La prima da “ascoltatissimo” advisor del Mps. Il secondo, da architetto prima dell’ormai famigerato bond convertibile f.r.e.s.h. (il prestito da 1 miliardo camuffato da aumento di capitale nella primavera 2008) e quindi – si scopre ora di un secondo “loan”, nel 2011, questa volta alla Fondazione Mps, di 600 milioni di euro con un tasso legato all’andamento borsistico delle azioni Mps che costringerà la Banca, nel gennaio 2012, alla manipolazione del titolo sui mercati.
L’ESCLUSIONE DI GOTTI TEDESCHI
Botin decide di liberarsi di Antonveneta ad agosto 2007, quando, di fatto, non ne è ancora proprietario. E l’advisor scelto per l’operazione è Rothschild. Di Antonveneta lo spagnolo ha due soli numeri. Il prezzo cui la acquistata Abn-Amro (6 miliardi di euro) e il dato sull’utile normalizzato annuo: tra 800 milioni di euro e 1 miliardo. Nient’altro.
E su quello viene fatto il prezzo. «Si partì da una valutazione di 7 miliardi e mezzo, che poi era quanto erano pronti ad offrire i francesi di BNP», ricorda Daffina. Mussari sale subito sulla giostra, consigliato dai suoi advisor Mediobanca e Merrill Lynch. E la trattativa viaggia fulminea. «Incontrai personalmente Mussari 3 volte, credo. Non di più. E altrettante ci sentimmo al telefono», dice ancora il banchiere. Mentre chi resta alla finestra è Ettore Gotti Tedeschi, che pure è uomo in Italia del Santander. Perché? «Botin ci disse che la trattativa la conduceva lui. E a noi bastava. Gotti non ebbe alcun ruolo». A fine ottobre, Mussari arriva a offrire 8 miliardi di euro. E senza mai firmare un solo pezzo di carta. Non diciamo un’offerta vincolante di acquisto, ma neppure una dichiarazione di interesse. Ma la cosa non sembra sorprendere Rothschild. «Non è stata quella la prima volta in cui una banca è passata di mano con trattative di cui non è rimasta traccia scritta», chiosa il banchiere. Né, a quanto pare, Rothschild si interroga sulle disponibilità di capitali di Mps. Dice Daffina: «Noi eravamo advisor del venditore. E in questo tipo di trattative, si da per scontato che chi è interessato a comprare possa farlo. Non era affar nostro sapere come Mussari avrebbe finanziato l’operazione. Come non è stato affar nostro nessuno dei passaggi dell’aumento di capitale di Mps, a cominciare dal convertendo f.r.e.s.h. di Jp Morgan».
BONIFICI PER 17 MILIARDI
Si arriva così alla telefonata. Daffina ricorda: «Botin ci disse che aveva parlato con Mussari e che gli aveva dato un aut-aut. O chiudiamo a 9 subito o chiedo a voi e ai francesi un rilancio partendo da 9. Per questo Mussari passò in una notte da 8 a 9 miliardi ». Né, a dire del Ceo di Rothschild, ci sarebbero anomalie negli 8 miliardi aggiuntivi versati da Mps a Santander dopo il closing. «Quella cifra non faceva parte del prezzo. Era la restituzione del fund pricing, dei flussi interbancari accesi da Antonveneta al momento dell’acquisto. E per questo faccio fatica a pensare che nei bonifici che accompagnarono quell’operazione di tesoreria possano nascondersi tangenti per miliardi di euro. Per altro, come avrebbe fatto Santander a ristornare di nascosto quelle cifre?».
IL SECONDO LOAN JP MORGAN
Chiuso l’acquisto di Antonveneta, l’avventura di Rothschild nelle vicende Mps, tuttavia, non finisce. L’operazione si rivela catastrofica per il Monte e, nel 2011, Daffina è stavolta chiamato al capezzale della Fondazione per lavorare, insieme a Credit Suisse, all’aumento di capitale da 2 miliardi e 100 del Monte. «Il nostro suggerimento alla Fondazione fu di diluire il suo peso nel capitale». Scendendo cioè sotto quella linea del Piave del 50,6 per cento imposta dal «groviglio armonioso» che governava il Monte. Ma accade il contrario. Come un pusher alla porta del tossico, notte-tempo, Jp Morgan, ancora una volta, offre un prestito di 600 milioni di euro alla Fondazione perché possa bruciarlo, insieme alla liquidità in cassa, per mantenere il controllo della Banca con il nuovo aumento di capitale. Il tasso è importante. E viene calcolato sull’Euribor a 6 mesi maggiorato del 3 per cento, che diventa 4 per cento se il titolo scende sotto una determinata soglia. Per giunta, il nuovo “loan” ottiene una “seniority” (una precedenza) alta in caso di crack. Il che consente a Jp Morgan di potersi potenzialmente rivalere sul Monte in caso di insolvenza prima di altri creditori. Rothschild che dice? La risposta di Daffina è affilata. «Di quel loan di Jp Morgan rimanemmo all’oscuro. Ne venimmo a conoscenza solo successivamente».

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