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Una «tassa» sugli investimenti del 20%

Somiglia un po’ al Leviatano biblico il fenomeno della corruzione. Del mostro è nota la forza distruttiva ma alla sua grandezza si può arrivare solo per approssimazione. La stima del costo sull’economia italiana avvalorata dalla Corte dei conti ferma l’asticella intorno a quota 60 miliardi di euro l’anno. Cifre terrifiche, appunto. A fronte di questo danno al Paese la magistratura nel 2011 è riuscita a infliggere condanne al primo grado pari a 75,25 milioni di euro, mentre in sede d’appello ne sono ne state definitivamente confermate per 15,05 milioni di euro. Poco o niente, l’esito di una «battaglia impari», a voler usare le parole degli stessi giudici contabili.
Scrive la Corte nella sua relazione annuale che la corruzione «minaccia la libertà di impresa con mezzi inaccettabili per uno Stato di diritto». Ed è, insieme alla criminalità organizzata, il principale freno per chi vuole investire in Italia e particolarmente nel Mezzogiorno.
Secondo la Banca mondiale, un’efficace contrasto alla corruzione produrrebbe un aumento del reddito superiore al 2,4% e le imprese crescerebbero del 3% annuo in più. Soprattutto, la corruzione frena gli investimenti esteri perché rappresenta una tassa del 20 per cento. Di recente, sul punto, ha battuto il ministro della Funzione pubblica, Filippo Patroni Griffi, incontrando i rappresentanti dell’Ocse. Le aziende costrette a fronteggiare una Pa corrotta e che devono pagare tangenti crescono in media quasi del 25% di meno di quelle che non vivono il problema. Fatto ancora più inquietante, a parere del ministro, è che a essere più fortemente colpite sono le piccole e medie imprese e anche le più giovani. «Il rapporto della Banca mondiale rivela che, tra le aziende costrette a subire fenomeni di corruzione, quelle piccole hanno un tasso di crescita delle vendite di più del 40% inferiore rispetto a quelle grandi (le piccole aziende sono definite come quelle nel 25% più basso della distribuzione: le grandi quelle nel 75% più alto)». Ancora, sostiene Patroni Griffi, «una corruzione diffusa e sistemica osta all’espansione del sistema economico del Paese, scoraggiando gli investimenti, in specie stranieri, come attestato dalle analisi secondo cui vi è una correlazione tra tasso di investimenti esteri e livello di percezione della corruzione stessa».
Perché è questo l’effetto subdolo e più disastroso del fenomeno secondo gli analisiti: l’impressione di come vadano le cose. Chi pensa, anche guardando dal di fuori dell’Italia, di potersi presto o tardi trovare a malpartito nel rapporto con funzionari infedeli perde l’entusiasmo e desiste dall’investire. Al riguardo è stato calcolato che ogni punto di discesa nella graduatoria di percezione della corruzione causa la perdita del 16% degli investimenti provenienti dall’estero.
Dando per buona la caduta percentuale quantificata, c’è ragione sufficiente per non stare tranquilli in Italia. Già, dal momento che la classifica (diffusa a maggio) del Global corruption barometer di Transparency International, lo strumento più utilizzato per paragonare l’intensità della corruzione tra Paesi, pone (drammaticamente) il nostro Paese subito dopo il Ghana e prima della Macedonia. Sui 183 Stati monitorati nel 2011 l’Italia si posiziona al 69esimo posto. Per farsi un’idea più dettagliata del confronto con il contesto europeo (l’elenco si legge in senso contrario) la Germania è al 15esimo posto, Belgio e Irlanda al 19esimo, la Francia al 25esimo e la Spagna al 31esimo.
In precedenza, sempre guardando al Vecchio Continente, Transparency International aveva messo in rilievo come i cittadini italiani si considerassero più colpiti dalla corruzione rispetto agli altri europei (ne è convinto il 69% degli intervistati). L’89% del campione poi pensa che il malaffare permei l’economia nazionale, un dato inferiore in Europa solo a quello riscontrata a Cipro e ben oltre la media europea (al 67%, +22% in Italia). Sotto accusa sono soprattutto i politici sia a livello nazionale (67%) sia regionale (57%) e locale (53%), mentre c’è maggiore fiducia nelle forze dell’ordine (34%) e nei magistrati (38%).
Unico elemento di conforto, il settore privato. Solo il 27% degli intervistati ritiene infatti che la corruzione sia diffusa fra chi è collocato in imprese non pubbliche, contro una media europea del 32 per cento.

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