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Una spinta a export e mutui alle famiglie Ma la vera ripresa resta ancora lontana

ROMA.
Un’altra frustata sulle terga di un cavallo – l’economia europea che, anziché trottare, si adegua ad un passo sempre più sonnolento. Le speranze di questa estate sono state cancellate dallo stop della Cina, la crisi di altri paesi emergenti, come il Brasile, in piena recessione, la tiepida ripresa Usa e, alla fine, l’atmosfera di sfiducia alimentata dall’ultima ondata terroristica. Il rischio a cui le ultime misure della Bce tentano di porre rimedio è, dunque, che l’economia europea ricada all’indietro, nella deflazione. Ma si tratta di far ripartire il cavallo in salita e la sferzata potrebbe non bastare. Soprattutto a paesi come l’Italia. Capiremo nei prossimi mesi se l’aumento delle dosi di medicina, deciso ieri, è sufficiente e lo capiremo dall’andamento del credito e delle esportazioni, i due parametri messi nel mirino dalle decisioni della Bce.
Per ora, i risultati del Quantitative Easing varato otto mesi fa non sono entusiasmanti. Il tasso di crescita del Pil europeo rimane intorno all’1,5% e quello italiano (che, partendo da un ristagno più lungo, dovrebbe essere più veloce, modello Spagna) sembra destinato a mancare lo 0,9% promesso (ieri sera la Bankitalia parlava di un probabile 0,8). La controprova è nei prezzi, dove la deflazione è tornata in primo piano: in Italia a novembre l’indice è sceso dello 0,4% su ottobre. Anche togliendo l’effetto petrolio, in Italia i prezzi non riescono a crescere più dello 0,6% e, in Europa, dell’1%. L’obiettivo di riportare l’inflazione al 2% appare lontano negli anni, anche nelle stime della Bce. Non c’è abbastanza credito, a quanto pare, per riscaldare l’economia. La frustrazione di Draghi è evidente nella decisione di rendere ancora più penalizzante per le banche parcheggiare i soldi a Francoforte. Un anno fa, il presidente della Bce aveva detto che costringere gli istituti ad un tasso di interesse negativo dello 0,2% sui loro depositi sarebbe stato sufficiente a convincerli ad utilizzarli in prestiti a famiglie e imprese. E’ stato smentito e il tasso è stato portato, ieri, a meno 0,3%.
L’ostacolo che deve affrontare la Bce è che una sola misura si applica a situazioni assai diverse. A quanto dicono i dati, ad esempio, a vendere i titoli che la Bce rastrella sono soprattutto le banche tedesche e olandesi che, di quella liquidità, non hanno bisogno. E le italiane non vendono? Sì, ma meno e, soprattutto, i ricavi, dicono i dati sugli scambi fra le banche centrali, prendono, per ora, la via dell’estero. Insomma, in Italia come in Europa, il Qe ha messo fine alla stretta al credito. I prestiti sono aumentati, in Italia, magari, più alle famiglie, sotto forma di mutui immobiliari, in netta ripresa, piuttosto che alle piccole e medie imprese, che continuano a pagare interessi relativamente alti. Ma non nella misura che il Qe faceva pensare. Il rilancio deciso ieri olierà ulteriormente i rapporti fra banche e clientela, ma il nodo, in Europa e, soprattutto, in Italia, è altrove e gli strumenti della Bce non ci arrivano. Infatti, non serve più liquidità a scioglierlo. A frenare le banche sono i crediti incagliati, i soldi prestati e che non torneranno. In Europa sono, in media, pari al 9% del Pil, una quota cospicua. Ma in Italia sono oltre il 13% del Pil: ogni sei euro prestati dalle banche, uno è fasullo. Fino a che non si tappa questo buco nei bilanci, le banche continueranno ad avere il braccino corto nel fare credito. E se la caduta dei redditi cominciata nel 2008, rilevava ieri Bankitalia, tra il 2012 e il 2014 si è finalmente arrestata, a una media di 2.500 euro al mese per famiglia, la metà dei nuclei campa con meno di 2.100 euro.
L’altro obiettivo delle misure della Bce è un ulteriore indebolimento del cambio dell’euro che favorisca, facendo diminuire i prezzi, le esportazioni europee. Tutti scommettono che, grazie anche al fatto che gli Stati Uniti stanno per muoversi in senso opposto, stringendo i cordoni della politica monetaria, l’obiettivo sarà centrato. Il cambio 1 a 1 è dietro l’angolo e molti analisti prevedono che si scenda fino a 0,80 dollari per un euro. Il problema è capire se le esportazioni europee e italiane, anche a prezzi stracciati, troveranno compratori. Al momento, sempre di meno: gli unici mercati che tirano, in questi mesi, sono l’India e, con passo un po’ incerto, gli Usa. Poco per sostenere e allargare l’attivo già record che l’Europa registra, quando si confrontano esportazioni e importazioni.
Il dubbio – non nuovo fra gli economisti – è che non ci sia abbastanza domanda estera da tirare fuori l’economia europea (e quella italiana a rimorchio) dalle secche. Il difetto rischia di essere nel Qe all’europea. In America, dove è stato inventato, è servito a finanziare, facendo indebitare lo Stato a basso prezzo, la politica diretta di stimolo all’economia, attuata attraverso spesa pubblica e meno tasse. In Europa, l’ideologia dell’austerità ha reso impossibile la versione integrale. Draghi fa la sua parte, con il Qe monetario, ma i governi non fanno la loro, utilizzando i tassi zero sul debito pubblico per stimolare la domanda. Mezzo Qe, forse, è poco.
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