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Una spallata contro la corruzione

Incandidabilità dei condannati, nuovi reati di concussione e di traffico di influenze, tetto massimo per il fuori ruolo dei magistrati. E codice etico per gli statali, cui è fatto divieto di ricevere regali, tutela del dipendente che denuncia l’illecito del collega o del superiore, divieto degli arbitrati ai magistrati. Queste alcune delle misure contenute nel disegno di legge anticorruzione, approvato ieri dalla camera e che ora passa al senato, dopo che il giorno prima l’aula di Montecitorio aveva votato tre fiducie su altrettanti articoli chiave del provvedimento. Le novità più significative e più contestate sono tutte all’articolo 13, quello disegnato dall’emendamento del ministro Severino dopo lunghi mesi di trattative con i partiti pro-Monti. Punto chiave del ddl la ridefinizione della concussione, che garantendo l’impunità del «concusso» aveva raccolto qualche critica in sede internazionale: ora i reati sono due, la concussione vera e propria che continua a considerare vittima chi è costretto a pagare un politico o un pubblico ufficiale, ma solo se vi è «costrizione». E la concussione per induzione, che punisce con una sanzione dai tre agli otto anni di carcere il pubblico ufficiale o l’incaricato di pubblico servizio che inducono il privato a pagare. Punito con la reclusione fino a tre anni anche il concusso che promette denaro o altra utilità.

Cambia anche il reato di corruzione, diviso fra la corruzione per «atti contrari ai doveri d’ufficio» e quella che riguarda l’accettazione o la promessa di un’utilità indebita da parte del pubblico ufficiale o dell’incaricato di pubblico servizio, a prescindere dall’adozione o dall’omissione di atti d’ufficio. Ma il reato che ha creato più malumori, almeno nel Pdl, è quello del tutto nuovo del traffico di influenze illecite, pensato in teoria per punire i reati delle «cricche»: c’è stato chi ha lamentato il rischio che i pm si occupino delle semplici raccomandazioni o del lobbismo legittimo delle categorie o delle imprese. Ma su questo il ministro Severino assicura di voler intervenire regolando una attività «lecita e legittima».

Con l’articolo 10 del ddl si delega il governo ad adottare, entro un anno dalla data di entrata in vigore della legge «un decreto legislativo recante un Testo unico della normativa in materia di incandidabilità alla carica di membro del Parlamento europeo, di deputato e di senatore della Repubblica, di incandidabilità alle elezioni regionali, provinciali, comunali e circoscrizionali e di divieto di ricoprire le cariche di presidente e di componente del consiglio di amministrazione dei consorzi, di presidente e di componente dei consigli e delle giunte delle unioni di comuni, di consigliere di amministrazione e di presidente delle aziende locali e delle istituzioni».

Il governo è delegato a prevedere che non siano temporaneamente candidabili a deputati o senatori coloro che abbiano riportato pene definitive superiori a due anni di reclusione anche per delitti contro la p.a. (peculato, concussione, corruzione, abuso d’ufficio) e per altri delitti per i quali la legge prevede una pena detentiva superiore a tre anni. L’incandidabilità vale anche in caso di patteggiamento della pena.

L’esecutivo, che ha dato parere favorevole a un odg votato all’unanimità si è impegnato oggi a varare la delega entro quattro mesi dall’approvazione della legge. Sarà applicabile così alle elezioni del 2013.

Si stabilisce in modo esplicito l’incompatibilità degli incarichi di vertice nella pubblica amministrazione per i condannati, anche con sentenza non passata in giudicato, per reati contro la p.a. non potranno assumere, almeno per un anno, incarichi dirigenziali nella stessa amministrazione dove sono stati eletti.

La norma inizialmente era stata contestata dai partiti perché prevedeva uno stop di tre anni anche per i semplici candidati ed è stata poi riformulata. Con l’articolo 5 del ddl corruzione si introduce la tutela del dipendente pubblico che segnala illeciti e «bastona» invece i bugiardi con il risarcimento danni e sanzioni che vanno fino al licenziamento. Fuori dei casi di responsabilità a titolo di calunnia o diffamazione, sia nel penale che per il civile, il pubblico dipendente che, questa la previsione, denuncia o riferisce condotte illecite di cui sia venuto a conoscenza in ragione del rapporto di lavoro non può essere sanzionato, licenziato o sottoposto a una misura discriminatoria, diretta o indiretta, avente effetti sulle condizioni di lavoro per motivi collegati, direttamente o indirettamente, alla denuncia. Salvi gli obblighi di denuncia previsti dalla legge, l’identità del segnalante non può essere rivelata, senza il suo consenso, fino alla contestazione dell’addebito disciplinare.

La camera ha dato disco verde alla proposta delle commissioni con il divieto per tutti i dipendenti pubblici di chiedere o accettare, a qualsiasi titolo, compensi, regali o altre utilità, in connessione con l’espletamento delle proprie funzioni o dei compiti affidati, fatti salvi i regali d’uso, purché di modico valore e nei limiti delle normali relazioni di cortesia.

Il governo, ancora, definisce un codice di comportamento dei dipendenti delle pubbliche amministrazioni al fine di assicurare la qualità dei servizi, la prevenzione dei fenomeni di corruzione, il rispetto dei doveri costituzionali di diligenza, lealtà, imparzialità e servizio esclusivo della cura dell’interesse pubblico». Il codice contiene una specifica sezione dedicata ai doveri dei dirigenti, è pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale e consegnato al dipendente che lo sottoscrive all’atto dell’assunzione.

La violazione dei doveri contenuti nel codice è fonte di responsabilità disciplinare, rilevante ai fini della responsabilità civile, amministrativa e contabile ogni qual volta le stesse responsabilità siano collegate a violazioni di doveri, obblighi, leggi o regolamenti.

 

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