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Una sostitutiva a briglia sciolta

Apparente passo indietro della Suprema corte di cassazione in tema di applicabilità dell’imposta sostitutiva sui finanziamenti a medio-lungo termine (dpr 601/1973) rispetto alle evoluzioni legislative e alla stessa prassi dell’amministrazione finanziaria.

I giudici della Suprema corte, con la sentenza n. 695/2015, inaspettatamente e senza tener conto della posizione assunta dall’Agenzia delle entrate (nonché del fatto che, per espressa volontà legislativa, l’imposta è, nel frattempo, divenuta opzionale), hanno ritenuto opportuno insistere sul fatto che il presunto «utilizzo della provvista finanziaria per investimenti produttivi» costituirebbe condizione necessaria e imprescindibile per l’applicazione del regime di imposizione sostitutiva. Posto che, a detta dei giudici, il rifinanziamento di un’esposizione a breve con un finanziamento a medio-lungo termine non darebbe luogo a investimenti produttivi, ma si limiterebbe a consentire la dilazione di un debito pre-esistente, l’operazione finanziaria in questione non sarebbe potuta rientrare tra quelle assoggettabili al regime di cui al dpr 601/1973.

La sentenza genera diverse perplessità. In primo luogo, come affermato dalla dottrina ma anche dalla stessa Agenzia delle Entrate nel 2011, la disciplina dell’imposta sostitutiva non contiene alcun riferimento alle specifiche finalità di utilizzo del finanziamento. Non avrebbe, quindi, alcuna importanza ai fini dell’applicazione o meno del regime del dpr 601/1973 «la verifica dell’effettivo utilizzo cui devono essere destinate le somme messe a disposizione dall’istituto erogante» (Risoluzione Agenzia entrate 121/E/2011) secondo, peraltro, l’opinione della stessa Agenzia delle entrate. Sorprende, pertanto, l’irrigidimento della Corte di cassazione sul punto, che, con la sentenza in commento, nega recisamente l’applicabilità dell’imposta sostitutiva ad un finanziamento a medio/lungo termine concesso «al solo fine di consentire alla società il rientro da pregressi indebitamenti a breve e con espresso divieto di investire per il perseguimento dell’oggetto sociale», in contrasto, quindi, con l’interpretazione della prassi amministrativa, di parere esattamente opposto. Secondo il parere dell’Agenzia delle entrate (assolutamente condivisibile) rimarrebbero, invece, esclusi dal regime di imposizione sostitutiva i negozi giuridici con cui vengono «esclusivamente rimodulati i modi e tempi di restituzione di un credito già erogato» in quanto modifiche contrattuali di operazioni già in essere e non operazioni di finanziamento nuove.

Inoltre, è fatto noto che nel recente passato il dpr 601/1973 sia stato oggetto di molteplici e significativi interventi legislativi, che hanno addirittura reso opzionale un regime fiscale precedentemente obbligatorio ed automaticamente applicabile, senza però incidere in alcun modo sui requisiti oggettivi dell’operazione finanziaria potenzialmente assoggettabile a imposizione sostitutiva, che devono intendersi, quindi, integralmente inalterati.

Alla luce di quanto sopra, dovrebbe potersi concludere, quindi, che la pronuncia della Suprema corte riguardi un caso isolato, strutturato in modo così peculiare da far ritenere ai giudici che le parti volessero in realtà disciplinare una mera dilazione di pagamento anziché porre in essere un vero e proprio nuovo finanziamento.

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