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Una sentenza nel solco di princìpi consolidati

Il comma 2 dell’articolo 17-bis del decreto legislativo 546/1992 – secondo cui l’omissione della presentazione del reclamo da parte del contribuente determina l’inammissibilità del ricorso (rilevabile d’ufficio in ogni stato e grado del giudizio) – comportando la perdita del diritto di agire in giudizio e, quindi, l’esclusione della tutela giurisdizionale, si pone in contrasto con l’articolo 24 della Costituzione (98/2014).
La pronuncia della Corte costituzionale interviene a chiusura di un’ampia discussione sulla legittimità della mediazione favorita dalle sei ordinanze di rimessione – anche da quelle ordinanze che la stessa Corte ha, in sequenza, dichiarato inammissibili – e culminata nell’intervento della legge di stabilità 2014 (lett. a del comma 611 dell’articolo 1, legge 147/2013). La dichiarazione di illegittimità costituzionale del comma 2 dell’articolo 17-bis, nel testo originario anteriore alla modifica, accoglie i profili di censura sollevati dalla Ctp di Campobasso in relazione alla previsione secondo cui l’omissione della presentazione del reclamo comporta(va) l’inammissibilità del ricorso. La sanzione d’inammissibilità del ricorso per omessa presentazione del reclamo o la perdita definitiva del diritto di adire il giudice per omessa attivazione di un rimedio amministrativo sono oggi superati dall’intervento del legislatore che ha ridotto tale inammissibilità alla semplice improcedibilità.
La Corte riporta alla propria giurisprudenza consolidata: anche qualora ricorrano forme di accesso alla giurisdizione condizionate al previo adempimento di oneri finalizzati al perseguimento di interessi generali, tuttavia il legislatore «è sempre tenuto ad osservare il limite imposto dall’esigenza di non rendere la tutela giurisdizionale eccessivamente difficoltosa» (154/1992; 360/1994, 406/1993, 530/1989); «deve contenere l’onere nella misura meno gravosa possibile» (233/1996; 56/1995), operando un «congruo bilanciamento» tra l’esigenza di assicurare la tutela dei diritti e le altre esigenze che il differimento dell’accesso intende perseguire (113/1997).
D’altro canto, alla Corte non sono parse fondate le questioni di legittimità costituzionale della norma scrutinata:
– con riguardo all’obbligo di presentazione del reclamo preliminare al ricorso avverso atti emessi dalle Entrate e di valore non superiore a 20mila euro, trovandoci in presenza di esigenze di ordine generale o superiori finalità di giustizia che giustificano l’accesso differito al rimedio giurisdizionale;
– con riguardo alla mancata previsione che la mediazione sia svolta da un terzo o ancora con riguardo alla necessità di anticipazione, da parte del contribuente, delle prospettazioni difensive: la mediazione tributaria non è riconducibile – ad avviso della Consulta – di per sé «all’àmbito mediatorio propriamente inteso»; essa rappresenta, infatti, una «forma di composizione pregiurisdizionale delle controversie basata sull’intesa raggiunta, fuori e prima del processo, dalle stesse parti (senza l’ausilio di terzi), che agiscono, quindi, su un piano di parità»; non potendo neppure l’amministrazione modificare i motivi della pretesa impositiva o fondarla su diversi presupposti.
Infine, le diverse pronunce di inammissibilità riportano a un problema già sollevato che attiene alla tecnica delle ordinanze di rimessione da parte del giudice a quo: la censura della Corte conferma che il tema è nodale e attiene alla stessa efficacia dell’incidente di costituzionalità che non può essere introdotto da un giudice inconsapevole della necessità di autosufficienza dell’ordinanza di rimessione.

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