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Una ricetta (possibile) per la «bad bank» europea

Il timore che gli Stati debbano di nuovo caricarsi la sorte di banche troppo grandi per fallire spinge a cercare di separare il credito dalla speculazione: gli Usa con la legge Dodd-Frank, il Regno Unito e la Ue con i rapporti di Vickers e di Liikanen (che le grandi banche continentali vogliono annacquare). Il mercato europeo del credito è balcanizzato e in tale quadro le nostre banche lo lesinano, strette fra forze confliggenti: margini operativi striminziti, investitori diffidenti, capitale e liquidità da rafforzare, perdite sui crediti. Intanto un’enorme ricchezza liquida resta investita in titoli che si vorrebbe privi di rischio: il serbatoio è pieni ma l’auto non parte, forse perché la benzina non arriva al motore, magari perché il viaggio fa paura.
Come stupirsi se l’economia è ferma? Questo circolo vizioso va sbloccato; serve fantasia per favorire la propensione al rischio, magari lavorando sulle «sofferenze», i crediti di dubbio realizzo. Il Fondo Monetario Internazionale sta esaminando quelle delle banche italiane, che si aggirerebbero fra 120 e 150 miliardi nei bilanci 2012. Il governatore della Banca d’Italia il 9 febbraio a Bergamo ha ricordato i severi criteri con cui esse sono classificate in Italia, e la necessità che le banche puntino a margini sostenibili, senza sognare il ritorno ai profitti pre-crisi; migliorino piuttosto la gestione, sfruttando davvero le tecniche dell’informazione e delle comunicazioni, razionalizzando una rete di filiali ridondante, evitando di rifilare ai clienti prodotti e servizi «costosi, inutilmente complicati e rischiosi». Fa piacere che almeno Banca d’Italia sia sensibile alla tutela del risparmio, martoriato dalla «repressione finanziaria» seguita alla crisi.
Tutti han fatto eccessivo ricorso al debito, lieti della scoperta della pietra filosofale: banche, fondi di private equity, altri investitori, Stati. Per questo sulle sofferenze c’è tanto da fare. Nuove norme hanno sveltito le procedure nelle fasi iniziali di difficoltà, facilitando l’abbuono dei debiti (ma lo spavaldo abuso che già se ne fa segnala una certa qual tendenza nostra all’ingaglioffimento). Le banche non sono però attrezzate per gestire adeguatamente le sofferenze, affidate ad uffici legali quasi sempre ìmpari alla bisogna, tributari di professionisti esterni di varia affidabilità, spesso tesi solo a prorogare gonfie rendite. Il realizzo delle garanzie ancora chiede tempi geologici, eppure in questo deposito abbandonato giacciono, sterilmente intrappolate, risorse enormi, non solo capitale bancario; si blocca anche la vita di tante imprese, sulle cui spoglie i creditori si fronteggiano in una nobile gara a chi se la svigna prima lasciando il cerino acceso in mani altrui, che saranno costrette poi ad accapigliarsi per cercare di addossare agli altri i danni. «E alla parte che manca si dedica l’Autorità», canterebbe De Andrè: ci mette del suo anche lo Stato che, al di sopra di certe soglie, troppo basse, permette di dedurre dalle tasse le perdite su crediti solo nell’arco di una generazione. E gli investitori sono vieppiù restii a investire nelle banche, temendo che ciò le incentivi a nascondere polvere sotto il tappeto. Come uscire da questo viluppo, che tanto preoccupa la Bce e tutte le banche centrali dell’Eurozona? Servirà tanto coraggio nello scoprire vie nuove e abilità nel superarne i passaggi più duri: dopo il pessimo compromesso Ue sul budget a metà febbraio a Bruxelles, ancora una volta banche centrali e Bce staranno escogitando soluzioni tecniche per uscire da un impasse che spetterebbe ad altri sbloccare. In tale ambito si potrebbe ragionare su un’idea che veda le banche cedere loro sofferenze, a valori prudentemente ridotti, ad un veicolo separato. Questo potrebbe finanziarsi in parte con capitale delle banche stesse, per il resto indebitandosi con lo Stato che, in una partita di giro, a sua volta si finanzierebbe con emissioni da offrire, con speciali modalità e in più tranche, a investitori. Le banche negozierebbero il prezzo di cessione con lo Stato, supportato dal management, cointeressato ai risultati del veicolo. Questo andrebbe gestito in modo professionale e unitario da mani esperte, evitando altre risse su corpi infiacchiti, che spesso potrebbero invece tornare a vivere e anche ad assumere, irrobustiti da nuovo capitale. Le perdite del veicolo abbatterebbero prima il capitale, che per converso beneficerebbe di ulteriori incassi oltre date soglie di redditività per i creditori. Nella cessione le banche potranno subire perdite, deducibili in tre anni dall’imponibile a condizione di erogare, in tempi e per importi minimi dati, prestiti o, in imprese finanziariamente sbilanciate ma industrialmente profittevoli, capitale di rischio. Le forme tecniche possono essere diverse; l’idea è usare lo Stato per mettere risparmio ozioso al lavoro sul gran bacino negletto delle sofferenze, sveltendone l’incasso, affidato a tecnici competenti. Si pulirà l’aria e magari tornerà il sole; le banche potranno liberare capitale, attrarne di nuovo, aumentare la liquidità. Tutti risultati essenziali per tornare allo sviluppo; forse l’auto ripartirà.

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