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«Una regia centrale per il lavoro»

Marina Calderone, presidente del Consiglio nazionale dei consulenti del lavoro, alla guida del Cup – il coordinamento degli Ordini – siederà nel cda di Finmeccanica. «Insieme al professor Guido Alpa, presidente del Consiglio nazionale forense», sottolinea subito. «Nelle due nomine c’è un messaggio del Governo nei confronti delle professioni, vedremo come si concretizzerà».
Vuol dire che dietro ai nomi di Calderore e Alpa c’è un riconoscimento da parte del Governo al ruolo delle professioni?
C’è un’apertura di credito, direi un affidamento fiduciario nei confronti dei professionisti. Da tempo abbiamo offerto il nostro contributo per il riassetto del nostro tessuto economico e sociale.
Insomma, è la svolta nei confronti delle professioni?
Vedremo. Finora le professioni hanno sofferto, rispetto alla politica, di rappresentanze molto frammentate o in concorrenza. Questo ha favorito in molti casi una sottovalutazione delle nostre proposte. Gli Ordini non sono parte sociale, ma devono rappresentare gli interessi dei cittadini: un ruolo difficile che spesso non è compreso.
Cosa propone?
Una cabina di regia, in questo modo le istanze sarebbero rappresentate con maggiore efficacia.
Una cabina di regia, con chi?
Con gli Ordini, ma anche con Casse previdenziali e sindacati. Una cabina di regia è tale se tutte le componenti la identificano come il luogo del confronto. È necessario superare gli errori del passato: troppo spesso le differenze sono state il segno della debolezza, non della ricchezza delle professioni. Sono state l’occasione per dividere e i nostri interlocutori hanno avuto, in alcuni casi, buon gioco.
Gli Ordini sono riusciti, però, a imporre o a convincere la politica sulle linee della riforma di settore. La liberalizzazione non è passata.
Parlare di necessità di liberalizzare le professioni significa utilizzare un luogo comune, smentito dai numeri: gli Ordini sono 27, gli iscritti 2,3 milioni. Cifre che non hanno confronto in Europa. Non è vero che sfuggiamo al cambiamento, anzi. Ma occorre prendere le mosse dal mercato professionale nelle sue reali dimensioni.
Cambiamo orizzonte: in Parlamento è in discussione il decreto lavoro. Il nuovo contratto a termine risponde alle esigenze delle imprese?
Aver tolto la causale significa aver tagliato le radici di una grande parte del contenzioso. Per il resto non mi appassiona discutere sul numero delle proroghe. Otto, quanto prevede il testo del Governo, dieci o sei: non mi senbra questo il punto dirimente.
In questo modo non si rischia la precarietà se un contratto di pochi giorni potrà essere prorogato senza limiti?
Se la premessa è che il contratto a termine ha come tetto 36 mesi, all’insegna della flessibilità, il problema è accompagnare la trsformazione del rapporto a tempo indeterminato, una volta arrivati a tre anni. Il punto di arrivo deve essere la stabilizzazione, anche togliendo l’alibi delle mansioni equivalenti.
Le modifiche all’apprendistato riusciranno a rendere appetibile questo contratto? La formazione pubblica solo eventuale non rischia di aprire un nuovo contenzioso con le Regioni e soprattutto con Bruxelles?
L’apprendistato deve essere caratterizzato dalla formazione, altrimenti parleremmo di un altro contratto. Certo, occorre stare attenti a non creare un contenzioso con la Ue per aiuti di Stato indebiti, viste le agevolazioni contributive. D’altra parte, le Regioni hanno proceduto con diversa velocità: alcune hanno previsto la formazione, altre no.
La soluzione?
Mettere in concorrenza pubblico e privato nella formazione. Il modello vincente, comunque, dovrebbe essere l’apprendistato in collaborazione tra istituti tecnici e imprese.
Il Titolo V, se si guarda al contenzioso alla Corte costituzionale sull’apprendistato, non ha favorito le politiche sul lavoro.
Il paradosso è che abbiamo non un mercato del lavoro, ma 20, anzi in alcuni casi tanti mercati del lavoro quante sono le province. Basti dire che le comunicazioni telematiche obbligatorie per assunzioni e cessazioni non sono condivise. Un assurdo: la telematica è diventata un ostacolo, visto che le piattaforme territoriali non si parlano. Io, a Cagliari, non so cosa succede a Sassari.
Dunque, lo Stato dovrebbe esercitare un ruolo guida e di arminizzazione delle politiche del lavoro?
È così.

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