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Una polizza contro la caduta

di Stefano Righi

I titoli legati ai servizi finanziari sono tra i più penalizzati sul listino di Borsa italiana. Ma c’è una netta differenza tra i due principali sottogruppi, le banche e le assicurazioni. Se le azioni degli istituti di credito affollano la classifica dei titoli che hanno perso di più dall’inizio dell’anno, le polizze hanno rappresentato una discreta assicurazione anche nel momento di maggiore bufera finanziaria. Con qualche opportuna eccezione, ma la tendenza appare evidente. Se le azioni delle banche italiane sono spesso finite nel mirino della speculazione internazionale, fortemente legate in alcuni casi al «rischio Paese» e alle esposizioni in mercati giudicati non stabili, è innegabile che gli investitori nei titoli bancari, specie se piccoli, abbiano poco di cui essere felici. Dal 3 gennaio scorso, Unicredit ha perso il 19 per cento, IntesaSanpaolo il 13, Montepaschi il 28, Ubi il 39,5, il Banco Popolare il 39,5 e la PopMilano il 40 per cento. Più sicure Diversa la tenuta delle assicurazioni. Anche se subito si impongono dei distinguo. Il settore è dominato in Italia dalle Generali, che si spartiscono il mercato con due colossi europei quotati (anche) a Milano: la bavarese Allianz e la parigina Axa. Gli attori domestici quotati sono pochi e da inizio anno non brillano. Fondiaria Sai (-40 per cento dal 3 gennaio), è stata recentemente travolta dalla instabilità finanziaria del gruppo Ligresti che controlla le compagnie Fonsai e Milano (-60 per cento), Unipol (-23 per cento) dopo la sbornia finanziaria che l’aveva portata a mutare anche il nome in Ugf sembra tornata a focalizzarsi sul proprio core business , la mutua Cattolica (-12,5) e Vittoria (+6,28), sembrano dare qualche segnale di tenuta. Il gruppo, come si vede, è ristretto. Rispetto a tre anni fa la capitalizzazione di Borsa di queste compagnie, a cui aggiungiamo per rappresentatività anche Allianz e Axa, era di 27,17 miliardi di euro superiore al livello attuale (106,24 miliardi, vedi tabella in pagina). La vera notizia è che, malgrado le disavventure del gruppo Ligresti, le compagnie di assicurazione considerate valgono oggi quasi 13 miliardi in più rispetto a metà 2010. Molto del merito è da ascriversi alle due straniere, che hanno saputo reagire rapidamente alla crisi finanziaria con operazioni che si sono riflesse sul corso di Borsa dei loro titoli. Contendibilità Generali (-1,5 per cento da inizio anno) è invece ancora lontana dalla capitalizzazione di metà 2008, quando i sintomi della crisi erano evidenti ma ancora non si era sprofondati nel panico del fallimento Lehman Brothers, che sarebbe arrivato solo a metà settembre e i minimi del marzo 2009 erano ancora al di là dal venire. Il settore in Italia soffre di una diffusa tendenza a sotto-assicurarsi, sia a livello di imprese che (soprattutto) di privati. E certamente la governance delle compagnie quotate, che r e n d e c o m p l e s s a l a contendibilità delle aziende quando addirittura non la nega risolutamente, non gioca a favore di un corso del titolo volto all’incremento di valore. Il settore, peraltro, è votato più alla tutela che alla speculazione e anche questo influisce. Le assicurazioni dovrebbero essere, secondo un vecchio slogan, il luogo dove i soldi diventano solidi e la cautela negli investimenti delle ingenti masse raccolte dalla clientela è sempre ispirata al principio di prudenza. Ciò non toglie che in Italia le cose vadano peggio che altrove. A fronte di una Vittoria, di un’Unipol e delle Generali che guadagnano rispetto a un anno fa, ancorché in maniera non significativa (ma le banche nel periodo hanno perso pesantemente), ci sono una Cattolica quasi allineata ai valori di metà 2010 (anche in virtù di una nuovo ambizioso piano triennale appena presentato) e le due compagnie del gruppo Ligresti pesantemente penalizzate. Il crollo Considerando assieme Fondiaria Sai e Milano assicurazioni, a metà 2008 la loro capitalizzazione di Borsa era di poco inferiore ai 5 miliardi di euro (4,81). Un anno fa si sfioravano comunque i 2 miliardi di euro (1,99). Oggi faticano ad arrivare a 600 milioni (0,39 Fonsai, 0,21 Milano). Il che significa aver sacrificato in un anno il 66 per cento (1,39 miliardi) e addirittura l’ 80,1 per cento rispetto a tre anni fa (4,21 miliardi). Una débâcle che colpisce certamente gli azionisti di riferimento (la famiglia Ligresti attraverso Premafin controlla rispettivamente il 53 per cento di Fonsai e il 62,8 per cento della Milano), ma che ha riflessi anche sulla pluralità dei singoli investitori. Sul settore, e non solamente su Fonsai, pesa in prospettiva futura anche la recente manovra di governo. L’Irap appesantisce il passo alle compagnie ma la tenuta del sistema non può prescindere dall’andamento di quello che è a tutti gli effetti il terzo player italiano del settore, dopo Generali e Allianz. Il nuovo corso, nel segno del salvataggio firmato Unicredit, dovrebbe permettere di mettere in sicurezza la compagnia (e i crediti della banca guidata da Federico Ghizzoni), ma è un’operazione lunga, con riflessi (per ora) solo in prospettiva.

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