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Una Pmi su 4 congela gli investimenti

di Chiara Bussi

Demoralizzati, quasi rassegnati. Con il fiato sospeso guardano con preoccupazione alla situazione dell'economia e preferiscono rinviare le decisioni di investimento. Quasi un pessimismo cosmico dove la Cina fa un po' meno paura e spaventano di più l'alto costo del lavoro e la corsa delle materie prime.

È un quadro a tinte fosche quello che emerge dal sondaggio realizzato da Ispo per Intesa Sanpaolo per tastare il polso del segmento small business: piccoli imprenditori, professionisti, artigiani e negozianti con un fatturato annuo inferiore a 2,5 milioni di euro. Una rilevazione effettuata a fine maggio a livello nazionale, confrontata con il sentiment dello scorso ottobre e di un anno prima.

La tempesta non è passata e si fatica a vedere la luce in fondo al tunnel. Quasi la metà delle aziende (il 44%) risente ancora della crisi e solo per l'1% degli intervistati gli effetti sono stati positivi. Una situazione di stallo che si riflette anche sulle scelte future. Tanto che ben una su quattro (il 26%) effettuerà minori investimenti nel medio-lungo periodo rispetto al 17% dello scorso ottobre. Il 69% investirà invece nella stessa misura e solo il 3% destinerà nuove risorse per lo sviluppo rispetto al 5% dello scorso autunno.

«È la fotografia di una situazione di difficoltà che si protrae e che non sembra avere mai fine – sottolinea Laura Vescovo, responsabile Ricerche e sondaggi del gruppo Intesa Sanpaolo –. A ottobre si era notato qualche barlume di speranza, ma oggi è tornato a prevalere uno stato d'animo negativo». Non si investe solo per scarsa disponibilità, ma anche per l'incertezza dell'economia. «C'è il timore – aggiunge Vescovo – che la crisi diventi la normalità».

I "piccoli" sono fragili

La tempesta ha colpito duro e per il 41% ha portato come primo effetto negativo una diminuzione del fatturato e degli ordinativi (30%). Per il 6%, invece, la difficoltà si è fatta sentire in primo luogo per l'aumento della dilazione dei pagamenti dei clienti o dei committenti o ha costretto l'impresa a una riduzione del personale. E sono preoccupati: l'87% guarda con timore alla propria attività, ma per la quasi totalità degli imprenditori (il 96%) l'ombra più minacciosa è la situazione del Paese.

Se un anno fa il primo freno all'economia era secondo loro la concorrenza di Paesi come la Cina (indicato da un imprenditore su cinque come il principale problema), oggi l'ostacolo più difficile da superare appare il costo del lavoro (17%), seguito dall'evasione fiscale (16%), dalla qualità della classe politica italiana (14%), dall'immancabile burocrazia (13%) e dall'inefficienza della pubblica amministrazione (7%).

Il problema strategico più rilevante sono per il segmento small business i costi delle materie prime (39%) e gli adempimenti burocratici (28%). E se l'internazionalizzazione è ormai un salto obbligato non manca di suscitare timore per un imprenditore su quattro. A fare agitare i sonni sono anche le risorse umane e la struttura dimensionale dell'azienda (12%) o l'innovazione (11 per cento).

Spiccano al terzo posto le preoccupazioni sulla finanza e il credito. Un tema legato a doppio filo alla tendenza al rialzo imboccata dai tassi di interesse, che la Bce ha alzato quest'anno di mezzo punto percentuale. Una voce che preoccupa ben il 92% degli imprenditori intervistati.

«Dal sondaggio emerge un quadro molto preoccupante – rileva Stefano Marzocchi, direttore della Luiss Lab of European Economics – e dimostra che in assenza di domanda che fa da traino l'impresa si ferma e non investe. È una situazione di immobilismo. Le aziende, anche quelle che sono andate bene, restano alla finestra per vedere quello che succede e aspettano ad investire. Lo si vede anche dai bilanci delle società: spesso c'è liquidità perché non si investe».

Il futuro

Se si guarda però al futuro, il sondaggio mostra un piccolo spiraglio, un timido segnale di ottimismo che caratterizza soprattutto le realtà di maggiori dimensioni .

Effettuando una scomposizione del campione in due gruppi, le organizzazioni fino a 4 dipendenti e quelle tra 5 e 15 , queste ultime mostrano infatti di guardare avanti con una maggiore anche se ancora moderata fiducia: un atteggiamento che accomuna il 66% degli intervistati. Mentre sale all'80% la percentuale di chi nutre speranze sulla capacità della propria azienda di superare il momento. Resta cupo invece il sentiment delle realtà sotto i quattro dipendenti: il 50% ha una visione negativa riguardo le prospettive della situazione italiana e ben il 36% non vede miglioramenti per la propria azienda.

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