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Una nuova legge è inevitabile anche il Lingotto vuol cambiare

La sentenza della Corte Costituzionale colpisce il cuore della linea di relazioni sindacali scelta dal Lingotto negli ultimi anni. L’idea che si possa tenere fuori dalla fabbrica un sindacato non perché perde consensi ma nonostante i consensi che continua ad avere tra i lavoratori.
La decisione della Consulta dichiara illegittimo quel comma dell’articolo 19 dello Statuto dei lavoratori che, a sua volta reso monco da un referendum negli anni Novanta, finisce per legare il diritto di rappresentanza in fabbrica non alla capacità di un sindacato di interpretare l’opinione dei lavoratori ma alla scelta di firmare gli accordi, a prescindere dal seguito che si ha tra i dipendenti. Con il conseguente paradosso che in alcuni stabilimenti un sindacato largamente maggioritario può essere privato di rappresentanti in consiglio di fabbrica a vantaggio di sindacati minori che hanno l’unico merito di aver accettato gli accordi aziendali.
Che questo principio giuridico reggesse alla verifica di costituzionalità era piuttosto improbabile e infatti non ha retto. Soprattutto non ha retto l’interpretazione che di quella norma ha voluto dare la Fiat in questi anni: l’idea di utilizzarla come arma finale per eliminare i sindacati scomodi, nel caso specifico la Fiom. Una scorciatoia giuridica per provare a risolvere un problema politico, quello della conquista del consenso in fabbrica. La strada dello scontro scelta dai responsabili delle relazioni sindacali Fiat non solo non ha funzionato ma ha prodotto come conseguenza l’aumento esponenziale dei ricorsi ai tribunali e tre anni di conflitto interno che non hanno eliminato la Fiom dalla scena. Anzi.
Ora c’è la possibilità di voltare pagina. Si tratta di attendere le motivazioni della sentenza, che arriveranno tra qualche giorno, per capire se la Corte ha inteso abolire il comma dell’articolo 19 della legge giudicato non costituzionale. In quel caso rimarrebbe in piedi solo la parte della legge che garantisce che «rappresentanze sindacali aziendali possono essere costituite ad iniziativa dei lavoratori in ogni unità produttiva». Aboliti gli altri punti della norma originaria resterebbe così la totale libertà di qualsiasi organizzazione ad avere rappresentanti in fabbrica. E’ chiaro che in questa situazione anche alle aziende converrebbe spingere per l’approvazione rapida di una legge che regoli meglio la materia.

Al di là della querelle giuridica, il cambio di pagina sembra auspicabile perché avverrebbe alla vigilia della delicata transizione verso la fusione tra Fiat e Chrysler. Non sembra avere molte chances di successo la strada indicata dal Fismic che tenta di cavarsi d’impaccio sostenendo che la Fiom non ha mai partecipato ai negoziati sui contratti attualmente in vigore in azienda. Ciò che è vero solo perché quei contratti escludono dalla possibilità di partecipare alle trattative tutti i sindacati che non hanno firmato gli accordiprecedenti. In realtà il Lingotto sa che per voltare pagina è necessario abbandonare la strada dello scontro e accettare una nuova legge che, come dice il comunicato diffuso ieri sera a Torino, «definisca un criterio di rappresentatività più solido e dia certezza di applicazione degli accordi». Quella legge che finora Fiat e l’ex ministro Sacconi avevano fermamente osteggiato e che ora, dopo la sentenza della Consulta, il Lingotto chiede con forza. Paradossalmente appoggiando una vecchia richiesta della Fiom.

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