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Una morsa da oltre cento miliardi

L’Italia ha bisogno di una vera e propria terapia d’urto, di uno shock di politica economica che rilanci con forza la crescita dell’economia. Un terzo delle aziende italiane, denuncia il Centro studi Confindustria, ha liquidità insufficiente e molti progetti validi vanno in crisi per mancanza di fondi. Così, anziché lasciare il posto a una timida ripresa, la recessione può di nuovo aggravarsi.
Debiti Pa
Sul fronte della liquidità, la misura cruciale per sbloccare lo stallo è indicata nel progetto Confindustria per l’Italia presentato a gennaio: il pagamento immediato alle imprese di 48 miliardi di euro di debiti commerciali della Pubblica amministrazione. Lo stock totale di debiti commerciali pubblici verso le imprese private ammontava nel 2011 a 71 miliardi (stime Banca d’Italia), di cui 19 miliardi relativi al settore dell’edilizia. Un accumulo enorme di arretrati così ripartito: 30-35 miliardi in capo alle Regioni (soprattutto crediti sanitari), 15 alla Pa centrale e il resto agli enti locali.
Debiti accumulati a causa dell’abnorme aumento dei tempi di pagamento della Pa: nelle transazioni commerciali tra Pubblica amministrazione e imprese private i tempi di pagamento medi presenti in Italia sono pari a 180 giorni in Italia, contro i 36 giorni in Germania, 35 in Svezia, 24 in Finlandia, 48 in Francia. Solo la Grecia, con 174 giorni di ritardo, è sui livelli italiani. Nella sanità si arriva a pagare anche dopo 4/5 anni anni, soprattutto al Sud. La media Ue è pari a 65 giorni. I dati forniti da Banca d’Italia, Confindustria e Cgia di Mestre sono drammatici e ci dicono che tra i grandi d’Europa nessuno può vantare un handicap del genere. «La tenuta finanziaria delle imprese è a rischio. Intervenga l’Unione europea affinché la Pa paghi entro 60 giorni», invocano a tutta forza le imprese, soprattutto quelle di minori dimensioni.
Iniezione di liquidità
La proposta di liquidare subito alle imprese circa 50 miliardi di arretrati con la Pa, ripresa anche da Luigi Guiso e Guido Tabellini sul Sole 24 Ore dell’8 marzo come una delle misure per la crescita elaborate congiuntamente da università Bocconi e istituto Einaudi, darebbe ossigeno a molte aziende. Scorrerebbe lungo le filiere produttive, raggiungendo più imprese di quelle che vantano crediti con la Pa, perché consentirebbe a queste ultime di pagare i loro fornitori. Ciò farebbe gradualmente ripartire progetti di investimento accantonati per mancanza di fondi, dando una spinta significativa al Pil: secondo le stime Confindustria, si generano in tre anni 10 miliardi di investimenti aggiuntivi delle imprese.
Il miglioramento del contesto macro economico e della posizione di bilancio aziendale farebbe alzare i rating bancari attribuiti alle singole imprese, frenerebbe l’aumento delle sofferenze, favorirebbe l’erogazione di credito a tassi più bassi. Una volta partito, questo processo si può auto-alimentare, mettendo in moto un processo virtuoso: più liquidità, più investimenti, più crescita, rating migliori, più credito e di nuovo più investimenti.
Allarme credit crunch
Lo sblocco dei debiti Pa è indispensabile per spezzare il circolo vizioso in atto e allontanare il rischio di una terza ondata di credit crunch, dopo quelle del 2007-2009 e del 2001-2012. Le banche sono caute nell’erogare prestiti per timore del contesto recessivo che fa crescere le perdite su crediti, erodendo il capitale; la scarsità di credito frena il recupero della domanda interna, anzi la affossa ulteriormente. Così i timori delle banche si autorealizzano. Ieri Il Sole 24 Ore ha stimato che tra gennaio 2012 e gennaio 2013 la riduzione dei finanziamenti all’economia reale, in termini di prestiti negati, è stata pari a 37 miliardi. Risultano colpiti tutti i settori del manifatturiero: alimentare, tessile, legno-arredo, carta e stampa, chimica-farmaceutica, gomma-plastica, metallurgia, elettronica, macchinari.
Banche lontane dai territori
Sotto accusa finisce la struttura stessa del sistema bancario italiano. Come conseguenza del l’accentuato processo di concentrazione pre-crisi, oggi si ha in Italia una forte centralizzazione delle decisioni bancarie sui prestiti con un allontanamento dal territorio in cui hanno sede le imprese. Spesso ne risulta un’applicazione meccanica di modelli di rating, senza conoscenza diretta delle imprese stesse. Ciò penalizza molte aziende con prospettive valide. Le banche più radicate sul territorio, da parte loro, incontrano difficoltà dovute al proprio bilancio. Inoltre, oggi le banche universali fanno insieme attività di deposito/prestito a breve e a lungo termine. Per migliorare il credito per i progetti di investimento delle imprese, sulla falsariga di quanto proposto nella riforma del sistema bancario europeo (Rapporto Liikanen), sarebbe opportuno, sostiene Confindustria, separare le attività a breve da quelle a medio-lungo. Tornare, quindi, a una specializzazione tra banche per scadenze, con istituti simili all’originale Mediocredito e alle banche di credito fondiario.

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