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Una lotta all’evasione poco locale

La lotta all’evasione da parte dei comuni è ferma al palo. Eccezion fatta per l’Emilia-Romagna, regione nella quale circa 275 municipi (80% del totale regionale) hanno stretto intese con l’Agenzia delle entrate per l’invio di segnalazioni qualificate, nel resto d’Italia la compartecipazione non funziona. Almeno fino all’anno 2011, giacché «le somme riconosciute ai comuni nel 2010 non arrivano a 1,2 milioni di euro distribuiti su 973 accertamenti. Di tali somme il 91,6% risulta attribuito a comuni dell’Emilia-Romagna». Ad affermarlo è la Corte dei conti, che in audizione alla commissione bicamerale di vigilanza sull’anagrafe tributaria (si veda ItaliaOggi del 13 luglio scorso) evidenzia come «l’apporto dei comuni all’azione di accertamento è stato alquanto circoscritto in valori assoluti e fortemente concentrato sul piano territoriale».

E dire che, nell’affilare le armi per il recupero dell’evasione, il legislatore negli ultimi sei anni ha spinto molto su tale forma di collaborazione. Il ruolo dei comuni, già previsto nella formulazione originaria dell’articolo 44 del dpr n. 600/1973, è stato infatti investito della possibilità di percepire parte delle somme accertate e riscosse a titolo definitivo per effetto delle segnalazioni (articolo 1, comma 1 del dl n. 203/2005).

Con una misura inizialmente fissata al 30%, poi elevata al 50% dal dlgs n. 23/2011 e infine, per il solo triennio 2012-2014, innalzata al 100% dal dl n. 138/2011.

Quest’ultima misura era stata tuttavia subordinata all’istituzione, da parte di ciascun comune, dei consigli tributari, ma tale norma è stata abrogata dal dl n. 201/2011 alla luce delle difficoltà operative che si andavano profilando.

La ratio dell’intera disciplina poggia sulla considerazione che gli enti locali hanno una conoscenza del territorio indubbiamente più capillare rispetto agli uffici incaricati dei controlli fiscali, che operano a livello provinciale.

In particolare, le aree d’intervento individuate dalla normativa sono cinque: urbanistica e territorio, residenze fittizie all’estero, disponibilità di beni indicativi di capacità contributiva (in ottica redditometro), commercio e professioni, proprietà edilizia e patrimonio immobiliare.

Nonostante un’intensa attività di formazione e centinaia di protocolli d’intesa sottoscritti, però, i risultati ancora non si vedono. «Andrebbe meglio valutato quanta parte del pur limitato apporto finora fornito dalle amministrazioni locali si sia tradotto in un effettivo incremento di risultati per la finanza pubblica», rileva Luigi Giampaolino, presidente della Corte conti, «e quanta parte si sia invece risolta in una mera operazione sostitutiva delle fonti di innesco dei controlli, priva di effettivo apporto aggiuntivo al potenziale operativo dell’Agenzia delle entrate».

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