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Una liberalizzazione gattopardesca

di Maria Chiara Furlò 

Liberalizzazione delle professioni, troppo spesso osteggiata ma anche tanto desiderata.

Nella manovra cosiddetta di Ferragosto se n'è tornato a parlare, ma gli interventi contenuti nel decreto legge 13 agosto 2011 n. 138 non convincono più di tanto gli avvocati delle law firm, che da anni attendono una riforma della professione forense più incisiva e coraggiosa.

AvvocatiOggi ha sentito alcuni professionisti appartenenti ad importanti studi legali, per analizzare insieme a loro gli aspetti più innovativi dei provvedimenti contenuti in questa manovra che produrranno effetti sulla professione forense.

«A molti anni, ormai, dalla presentazione della “Riforma Castelli”, e, nonostante le molte promesse da parte dei ministri in carica, e le frequenti polemiche suscitate all'interno dell'Avvocatura», dice Gianni Forlani, partner dello studio De Berti Jacchia Franchini Forlan, «l'argomento non ha conosciuto alcun reale sviluppo e torna ora di attualità in un ben diverso contesto.

L'ultimo decreto legge nasce infatti nell'ambito delle misure economiche rese necessarie dalla situazione economica, il cui legame diretto con l'ordinamento professionale è a dir poco tenue».

Secondo Forlani, «il decreto legge n. 138 non introduce elementi nuovi di sostanziale importanza, in quanto è frutto di un'ennesima mediazione tra tesi quasi opposte.

Anche questa volta le norme si limitano ad enunciazioni di principi, suscettibili di diverse letture e comunque soggette all'introduzione, in tempi, per definizione, non brevi, di specifiche integrazioni legislative».

Concorda con lui, l'avvocato Aldo Bottini, partner di Toffoletto e Soci. «Il decreto legge di agosto non contiene, per quel che riguarda le professioni, disposizioni immediatamente applicabili. L'art. 3 del decreto (lasciato sostanzialmente inalterato dal maxiemendamento governativo approvato al Senato) fissa una serie di principi da recepire in futuri provvedimenti di riforma degli ordinamenti professionali, che dovranno essere adottati entro 12 mesi dall'entrata in vigore del decreto.

Per quanto riguarda gli avvocati, un testo di riforma della professione è già stato approvato dal Senato il 23 novembre 2010 ed è attualmente all'esame della Camera. I principi enunciati nella manovra, diversamente da quanto in un primo tempo previsto e annunciato, non sono particolarmente dissonanti rispetto al contenuto della legge in discussione e neppure, a ben vedere, rispetto alla situazione esistente. È fatto salvo l'esame di Stato per l'accesso alla professione, viene mantenuta la distinzione tra attività professionale e attività di impresa, sono ribaditi i principi di autonomia e indipendenza come caratteri distintivi del professionista. Quindi non c'è da attendersi alcun effetto dirompente sul mondo delle professioni, perlomeno nell'immediato».

Anche se non costituiscono sostanziali novità, nel decreto in questione, sono stati inseriti dei principi di forte interesse per i legali, prima fra tutte la copertura assicurativa obbligatoria per i danni da responsabilità professionale che, secondo Forlani «è un principio che non può che essere pienamente condiviso (ed infatti una parte rilevante dell'avvocatura si è già adeguata pur in mancanza di norme specifiche e di principi di riferimento) ma attende di essere precisato nel uso contenuto pratico. È significativo come nessun elemento venga introdotto in relazione alle società professionali ovvero agli studi associati che pur ne sarebbero principali destinatari».

Per Bottini, «si tratta di un principio sacrosanto, previsto anche dal testo di riforma della professione forense approvato al Senato.

E una garanzia per il cliente, ma anche un'indispensabile protezione per il professionista. Personalmente sono sempre stato assicurato sin dall'inizio della mia attività professionale, non riesco a capire come se ne possa fare a meno».

Anche le prospettata dissociazione tra organismi deputati alla gestione amministrativa degli Albi e degli Ordini e gli organismi competenti in materia disciplinare, è considerata positivamente, cioè come un elemento di novità e soprattutto di maggiore trasparenza. «Non si può prescindere, nelle professioni regolamentate, dall'esistenza di organi disciplinari che sanzionino chi pone in essere comportamenti illeciti o comunque contrari ai canoni deontologici», aggiunge il partner di Toffoletto. «È una garanzia di qualità della prestazione e di correttezza dei comportamenti e quindi un importante valore aggiunto per il professionista.

Un sistema disciplinare efficiente migliora la reputazione della categoria, ed è pertanto nell'interesse degli stessi professionisti. L'affidamento della competenza disciplinare ad un organismo diverso e separato dal Consiglio dell'Ordine (ma comunque composto da avvocati iscritti all'Albo) è già prevista dalla riforma forense approvata al Senato, che diverge dalla manovra solo in quanto mantiene in capo al Cnf la competenza del giudizio di appello.

La dissociazione tra funzioni amministrative e funzioni disciplinari può migliorare la credibilità del sistema, ma è comunque importante che a comporre gli organismi di disciplina siano professionisti appartenenti alla categoria interessata».

Non la pensa così, invece, Luca Arnaboldi partner di Carnelutti Studio Legale Associato, il quale non vede in questo provvedimento una ragione di fondo valida, né tantomeno ne intravede dei vantaggi: «Si tratta di una duplicazione inefficiente e antieconomica, inutile nella maggiore delle ipotesi». E sulla liberalizzazione tariffaria, intesa come un potenziale cambiamento rispetto al passato, secondo Arnaboldi, «si ritorna indietro alla riforma Bersani. In sostanza nulla cambia davvero».

Più cauto, Bottini: «Nella manovra non si prevede una liberalizzazione totale. Le tariffe professionali stabilite con decreto ministeriale rimangono il punto di riferimento per la determinazione del compenso spettante al professionista, anche se si possono pattuire compensi in deroga. E qui sta la vera differenza con il testo di riforma forense in discussione in Parlamento, che reintroduce invece l'inderogabilità dei minimi, abrogata dall'ormai famoso decreto Bersani e sostenuta invece con forza dagli Ordini professionali, che ne sottolineano la funzione di salvaguardia della qualità della prestazione. Per la verità, anche nella manovra viene ripristinata l'inderogabilità dei minimi nel caso in cui il committente sia un ente pubblico e si arrivi ad una liquidazione giudiziale del compenso.

Per il resto, viene enunciato, in ossequio ad un principio di trasparenza, il dovere del professionista di rendere noto al cliente il livello di complessità dell'incarico e di informarlo sui costi ipotizzabili al momento del conferimento. Le espressioni usate sono del tutto analoghe a quelle contenute nel disegno di legge sull'ordinamento forense. Si tratta del resto di obblighi già previsti dal vigente Codice deontologico forense. Non vi è dunque alcuno stravolgimento della situazione attuale».

Comunque positiva l'opinione di Forlani: «Ogni segnale di liberalizzazione tariffaria non può essere che positivo. Il punto andrebbe comunque affrontato con maggiore sincerità in quanto, tralasciando la normativa sui minimi tariffari che rappresenta un elemento di rilievo per una parte limitata dell'avvocatura, non sussistono da lungo tempo limitazioni circa i massimi tariffari, stante l'espressa facoltà di avvocato e clienti di contrarre tra di loro in libertà, in forma scritta, circa tali aspetti in conformità a quanto espresso dal Codice Civile».

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