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Una «golden rule» per la spesa pubblica

La prima lettera, quale che sia la sua composizione, il nuovo governo dovrà recapitarla all’indirizzo della Commissione europea a Bruxelles, per verificare se e quali spazi possano aprirsi per eventuali interventi in grado di stimolare la crescita. Spese destinate a investimenti produttivi, cui dovrebbe essere accordata una sorta di «corsia preferenziale», senza alcun impatto sul deficit.
Nelle convulse giornate che hanno fatto seguito al voto shock del 24 e 25 febbraio sembra che la questione sia stata momentaneamente rimossa dal l’agenda politica. Lo si comprende, soprattutto perché non sappiamo ancora che governo si formerà. Occorrerà tenerlo però ben presente ora che si comincia a tessere la tela delle possibili alleanze: con l’economia nazionale in profondo rosso, come ha certificato venerdì scorso l’Istat (-2,4% nel 2012 con il deficit al 3%), non vi è altra strada nell’immediato che tentare di “forzare” la crescita con una prima iniezione in grado di stimolare i consumi e la domanda interna.
Avranno un bel da fare prima gli sherpa, poi il prossimo premier e il ministro dell’Economia per convincere la Commissione e i nostri allarmati partner che le sortite anti-euro del Movimento 5 Stelle possono essere circoscritte a boutade pre-elettorali. L’alternativa è l’irrilevanza politica nella sede istituzionale in cui si formano e si disfano gli equilibri che possono far virare l’Europa in una direzione o nell’altra.
Lo spazio per avviare una trattativa, sulla carta, è già tracciato. Ad aprire una prima breccia è stato il commissario agli Affari economici, Olli Rehn, che ha ipotizzato un diverso e meno stringente timing nel rientro dalle posizioni di disavanzo eccessivo, nei confronti di quei Paesi che hanno compiuto sforzi apprezzabili di consolidamento fiscale.
Non è un indiretto e indiscriminato allentamento della rigida disciplina di bilancio prevista dal combinato del «Fiscal compact», «Six Pack» e «Two Pack», quanto piuttosto una linea ispirata a sano realismo. Lo ha certificato Eurostat lo scorso 14 febbraio: nel quarto trimestre del 2012 il Pil dell’Eurozona è sceso dello 0,6% e dello 0,5% nell’Europa a 27. Su base annua la flessione del Pil è indicata attorno allo 0,5 per cento.
In queste condizioni non avrebbe alcun senso logico imporre nuove restrizioni. La Commissione europea farà sapere entro fine maggio se sussistono i margini per chiudere già nei prossimi mesi la procedura per disavanzo eccessivo, in corso dal 2009. A sostenere la decisione di Bruxelles potrebbe esserci la constatazione che il nostro deficit potrà mantenersi al di sotto del 3% nel triennio 2012-2014. Se il nuovo governo manterrà gli impegni sottoscritti dai due esecutivi precedenti, in particolare per quel che riguarda il pareggio di bilancio in termini strutturali (al netto delle variazioni del ciclo economico e delle una tantum), sia nel 2013 che negli anni a venire, la strada potrebbe farsi meno insidiosa per i nostri conti pubblici. A patto che si riesca a consolidare l’avanzo primario in una forchetta compresa tra il 4 e il 5% del Pil, condizione indispensabile per ridurre in modo progressivo e non traumatico il nostro ingente debito pubblico (128,1% nel 2013 stando alle previsioni di Bruxelles).
L’impennata dello spread non facilita il compito, anzi lo complica. Se l’incertezza politica non cesserà, e la soluzione non potrà che essere la formazione di un governo con prospettive almeno di media durata, a fine anno il conto in termini di spesa per interessi si farà più salato. E qui torna nuovamente in campo la fondamentale variabile della crescita. Certo pare illusorio immaginare che il nostro Paese, peraltro con la complessa temperie politica in corso, possa da solo intraprendere la strada dello sviluppo in un contesto europeo di perdurante recessione. E tuttavia, quando la ripresa a livello internazionale comincerà a farsi evidente, dovremo essere in grado di intercettarla a pieno. Agire sul denominatore: questo deve essere il mantra del nuovo governo e del nuovo Parlamento. Ecco perché appare prioritaria la trattativa con Bruxelles sui cosiddetti «aspetti qualitativi della spesa». Una sorta di «golden rule» che escluda in tutto o in parte, ai fini del computo del deficit, quelle azioni di politica economica (riconosciute come tali) in grado di invertire il ciclo.
Si tratta, in poche parole, di rendere concretamente operativo l’impegno politico assunto dal Consiglio europeo del 13 e 14 dicembre 2012. Nel documento finale si fa esplicito riferimento a «politiche di bilancio differenziate, favorevoli alla crescita e solide». Il tutto nel pieno rispetto dei vincoli scolpiti nella disciplina di bilancio europea, così da «equilibrare la necessità di investimenti pubblici produttivi con gli obiettivi della disciplina di bilancio». Margini aggiuntivi da utilizzare all’interno del «braccio preventivo del patto stesso».

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