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Una giornata all’insegna della deregulation

Antonello Cherchi

Con le liberalizzazioni non si mangia. Verrebbe da dire così, parafrasando la frase che l'ex ministro dell'Economia, Giulio Tremonti, riferì alla cultura. La prima impressione è, infatti, che l'apertura al mercato, la fine dei monopoli, l'allargamento dell'offerta siano concetti da consesso di economisti, con nulle o scarse ricadute sulla vita di tutti i giorni. Invece così non è. Nelle attività quotidiane si ha di frequente a che fare con settori e attività che, se liberalizzate, potrebbero renderci più facile il vivere, farci risparmiare (qualche volta) e, allo stesso tempo, rivitalizzare l'economia.
Obiettivi che trovano conforto nelle cifre. L'associazione di consumatori Adiconsum ha fatto un po' di conti ed è arrivata a quantificare in mille euro il risparmio medio di una famiglia grazie alle liberalizzazioni, consentendo – secondo una ricerca del Cermes Bocconi – di far crescere i consumi del 2,5% e di tonificare il Pil nell'ordine dell'1,4% (22,8 miliardi). Più cauta su questo punto la Banca d'Italia, che stima la ricaduta delle liberalizzazioni sul prodotto interno lordo intorno all'1% (16 miliardi). In generale, alcune ricerche hanno evidenziato come un innalzamento, misurato secondo gli indici della Banca mondiale, del livello di regolamentazione tale da far passare un paese dal quartile peggiore a quello più virtuoso, produca un tasso di crescita del Pil annuo di oltre due punti percentuali.
Perché la formula funzioni, l'attività di deregulation deve però far rima con quella di semplificazione. Nel corposo dossier sullo stato delle liberalizzazioni nel nostro Paese che l'Antitrust ha inviato al Governo e di cui Palazzo Chigi ha tenuto conto nel predisporre il decreto legge che sarà varato in settimana, c'è un capitolo riservato all'appesantimento burocratico.
Primo fra tutti il groviglio normativo che riguarda il regime delle autorizzazioni: avviare un'impresa, chiedere una Dia, istruire una Scia. Le regole sono tante, troppe e ridondanti. La proposta: imporre alle pubbliche amministrazioni una ricognizione di tutte le procedure di autorizzazione e chiedere di tenere in vita solo quelle compatibili con i principi di necessità e proporzionalità. Su tutte le altre, far calare la tagliola. Un pensiero, quest'ultimo, che chissà quante volte ha attraversato la mente di ciascuno di noi, alle prese con moduli e carte bollate, indifesi di fronte alla protervia del burocratese del primo impiegato pubblico.
E così si ritorna al tema di partenza e ci si rende conto che le liberalizzazioni entrano nella vita di tutti i giorni. E in qualche modo danno da mangiare. Lo si capisce meglio seguendo un'ipotetica giornata di una famiglia media – padre, madre e figlia – dal momento del risveglio fino alla "buonanotte". Già con il mettere i piedi fuori dal letto, si compiono attività che sono nel mirino dell'operazione di deregulation su cui il Governo tenta la stretta. Accendere la luce, aprire il rubinetto dell'acqua, mettere il caffè sul fornello: gesti quotidiani, quasi automatici, ma che "costano". Si prenda la fornitura dell'energia elettrica e del gas: in questi settori le liberalizzazioni sono, sulla carta, piuttosto avanti. Nella pratica, però, inquadrare l'offerta più conveniente non è affare immediato. Il cambio di gestore, poi, è questione tutt'altro che semplice. Sul punto, l'Antitrust ha rilevato «la perdurante violazione degli obblighi di messa a disposizione delle informazioni» relative ai clienti da parte dei gestori.
Ancora prima di mettersi sulla strada dell'ufficio, l'effetto liberalizzazioni si potrà avvertire nel controllo giornaliero della cassetta delle lettere: oggi qualsiasi missiva ha dietro Poste italiane, mentre in futuro potrebbe esserci recapitata anche da un altro soggetto. Con potenziali ricadute sui costi del servizio e sulla sua qualità.
Gli spostamenti – con i mezzi pubblici, in auto, in treno o con il taxi – sono tutti aperti alla deregulation. Autobus e tram cittadini sono ora gestiti da aziende pubbliche, spesso in regime di monopolio e con affidamenti in house. L'intento è di aprire il settore alle gare, secondo il principio (almeno teorico) che a vincere l'appalto sia l'offerta più conveniente ed efficace. Altrettanto dicasi per i treni, in particolare quelli a percorrenza regionale, croce dei pendolari. Oggi sono in mano a Trenitalia, perché le regioni possono ricorrere a contratti di servizio di sei anni, rinnovabili per altri sei, senza dover passare per una gara. Trenitalia può così dettare tempi e condizioni. Così come la concorrenza sta per arrivare nell'alta velocità, pure per il trasporto regionale si ipotizza uno scenario senza monopoli.
Anche recarsi in banca per un mutuo ha a che fare con il progetto di deregulation. Nel costo di finanziamento dell'acquisto di un immobile spesso l'istituto inserisce anche l'assicurazione: un pacchetto prendere o lasciare. Se invece – come il Governo sembra intenzionato a proporre – i due costi venissero scissi, il cittadino avrebbe più margini di manovra.
E sempre in tema di mutuo, perché non fare un salto dal notaio per chiedere informazioni sulla procedura di stipula e sul suo onere? Oggi le tariffe sono strette in un delta che prevede minimi e massimi. Se fossero abolite – come si intende fare – potrebbe esserci un calo dei prezzi, aiutato anche da un maggior numero di professionisti a cui fare ricorso. Perché, nello specifico, si punta a far crescere la ristretta platea di notai.
Così come sono in procinto di aumentare le farmacie, al cui riguardo c'è anche tutto il discorso relativo alla vendita dei medicinali di fascia C pure nelle parafarmacie.
A conclusione della giornata, le liberalizzazioni sono ancora di scena. C'è bisogno del latte per la colazione del giorno dopo: si troverà un negozio aperto? Oggi, dopo le 20 l'impresa diventa ardua. Il decreto salva-Italia, primo atto del Governo Monti, ha già introdotto la deregulation in questo settore, promettendo orari flessibili nell'arco delle 24 ore.

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