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“Una crisi sottovalutata, in gioco è l’Unione debito italiano sostenibile se il Pil crescerà”

«La posta più importante in gioco è l’euro stesso, ma se la moneta sopravviverà a quest’ennesima tempesta bisognerà a tutti i costi fare tesoro di quest’ulteriore esperienza per evitare nuovi errori, accelerando il processo di messa in sicurezza dell’intero sistema». Pier Carlo Padoan, capo economista e vicesegretario generale dell’Ocse, ha trascorso la domenica con lo sguardo sugli aggiornamenti della drammatica trattativa di Bruxelles. «L’eurogruppo ha dovuto stabilire la soglia oltre la quale il debito cipriota diventa sostenibile. Insomma, quanto in profondità deve agire Nicosia per presentarsi ai creditori e dire: se ci aiuterete non avrete sprecato i vostri soldi. Il tutto per evitare di ripetere gli errori commessi nel caso della Grecia».
A quali errori si riferisce?
«La crisi greca è stata molto sottovalutata all’inizio. Ingenti fondi internazionali sono stati assegnati ad Atene nella convinzione che ormai i problemi erano risolti, solo per ritrovarsi dopo qualche mese nella necessità di intervenire nuovamente. È servita l’ultima ristrutturazione del debito l’estate scorsa con un significativo
haircut che ha colpito i creditori, per poter dire che la Grecia e quindi l’euro erano fuori pericolo. Con Cipro l’ultima cosa che si deve fare è ripetere il rischio di una soluzione insufficiente».
Come in altre occasioni, Italia compresa, si punta il dito accusatore contro i falchi dell’eurozona, accusati di essere ostinatamente concentrati sul problema del debito pubblico mentre le piazze esplodono. In questo caso com’è andata?
«Mi sembra fuorviante e senza senso ricominciare a fare il solito gioco verbale dei tedeschi cattivi e delle colombe che li fanno ragionare. In una ristrutturazione del debito ci sono molte parti coinvolte: Paesi, istituzioni, banche. I tedeschi hanno sempre avuto una posizione tesa a dire: chi sbaglia paga, chi fa cattivi investimenti deve trarne le conseguenze. Sono principi in teoria accettabili, bisogna vedere come vengono messi in pratica tenendo conto delle mediazioni necessarie. La distribuzione di costi e benefici è un problema sempre difficile da risolvere. Ecco perché l’unione bancaria aiuterebbe».
È una delle lezioni da trarre da questa vicenda, l’accelerazione del processo verso l’unione bancaria?
«Rifletta su un punto: è molto probabile che dopo questa crisi le banche di Nicosia dovranno essere ricapitalizzate, e questo dovrà avvenire anche a carico dello Stato cipriota. Se ci fosse già l’unione bancaria, i fondi per la ricapitalizzazione li darebbe direttamente l’Esm, il Fondo salva Stati, a fronte di misure di aggiustamento, e questi soldi non dovrebbero “transitare” per il debito pubblico di Nicosia, proprio quello che si vuole mettere in sicurezza. L’esistenza di un’unione faciliterebbe poi l’identificazione degli eventuali istituti in via di fallimento, a Cipro come negli altri Paesi, scremando il sistema e ricapitalizzando solo le banche con una prospettiva di solidità. L’unione dovrebbe comportare infine un’assicurazione europea sui depositi e quindi tanti patemi per i piccoli risparmiatori sarebbero risparmiati».
Quello che succede a Cipro, può avvenire in altri Paesi, in Italia tanto per fare un esempio a caso?
«In molti Paesi dell’euro è ancora troppo stretto il legame fra banche e sostenibilità del debito pubblico. In Italia il debito pubblico è alto, ma sostenibile. Il problema è che potrebbe essere ancora più sostenibile se si intraprendessero decise politiche per la crescita».

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