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Una convenzione fiscale unica

Una convenzione fiscale multilaterale pronta entro due anni, in sostituzione delle oltre 3 mila intese bilaterali a oggi operative a livello mondiale. È questa la ricetta dell’Ocse per mettere al bando l’elusione «legalizzata» perpetrata dalle grandi imprese multinazionali come Google, Amazon, Apple o Starbucks, tanto per citare le più famose, che approfittano delle falle di un sistema tributario obsoleto per minimizzare i tributi versati. «Dobbiamo rendere inefficaci quei canali attraverso cui le aziende spostano i profitti dove sono tassati a un tasso inferiore, e le spese dove sono esonerate a un tasso superiore, creando per esempio scatole vuote in Paesi a minore imposizione o sottocapitalizzando le filiali più redditizie, obbligandole a contrarre prestiti con quelle in sedi fiscali più favorevoli», hanno spiegato gli esperti dell’Ocse nelle pagine di un documento presentato ai rappresentanti del G20, in vista della riunione in programma giovedì e venerdì prossimi.

L’organizzazione dei venti Paesi più influenti al mondo sarà dunque ancora una volta il braccio armato dell’Ocse per mettere in atto la strategia del terrore nei confronti degli evasori. Così era stato nell’aprile del 2009 con la crociata ai paradisi fiscali e l’istituzione delle liste nere di Paesi non collaborativi. E così potrebbe essere nei prossimi mesi, a seguito della riunione del G20 di febbraio. «Non puntiamo a ridurre le imposte incassate da uno Stato per farle passare a un altro», hanno tenuto a precisare gli esperti Ocse, «ma aumentare la base imponibile su cui le aziende pagano le tasse». Nello specifico, l’organizzazione parigina si è proposta di operare come intermediario tra le necessità dei singoli Paesi e quella più generale di arrivare in tempi stretti a una soluzione di un problema comune a cui i governi stanno cercando di rispondere in ordine sparso. E per questo inefficace. Nelle scorse settimane il governo britannico ha aperto un’inchiesta per verificare il metodo utilizzato da giganti di internet del calibro di Apple, Google e Amazon per abbattere il livello delle tasse pagate nel Regno Unito e porvi rimedio. Stessa situazione in Francia dove, nonostante l’accordo del 1° febbraio tra Google e gli editori, il ministro della cultura Aurelie Filippetti ha tenuto a ribadire che «l’intesa non esonera l’azienda americana dai suoi doversi fiscali», ribadendo in questo modo la volontà di Parigi di trovare una soluzione alla questione tributaria. «Se vogliamo trovare una soluzione e non siamo disposti ad aspettare almeno 10 anni, allora c’è bisogno di uno strumento multilaterale che consenta di mettere da parte le intese fiscali attualmente in vigore», ha aggiunto il direttore della divisione fiscale dell’Ocse, Pascal Saint Amans. «Se si riuscisse a trovare supporto politico in questa direzione, allora mi attendo di arrivare a una soluzione del problema nell’arco di due anni al massimo». La parola passa adesso ai governi del G20 che dovranno valutare la possibilità di cedere una parte della propria sovranità fiscale in cambio di maggiori entrate. O di lasciare tutto come sta, continuando a muoversi in ordine sparso applicando una toppa dopo l’altra al proprio sistema tributario in attesa che i superconsulenti fiscali delle multinazionali non trovino il modo per aggirarle ancora.

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