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Una class action a tappe

di Giovanni Negri

La class action si rafforza. Dopo la decisione della Corte d'appello di Torino che ha giudicato ammissibile l'azione collettiva proposta da tre correntisti e dall'associazione Altroconsumo nei confronti di Intesa Sanpaolo, che lamentano i danni subìti per l'applicazione della commissione sullo scoperto di conto corrente, si riaccendono i riflettori su uno degli strumenti giuridicamente più innovativi. In vigore dal ferragosto di due anni fa, la class action aveva sinora visto un'applicazione assai limitata.

Unico precedente in materia l'analogo verdetto di ammissibilità pronunciato poco meno di un anno fa dal tribunale di Milano per l'azione collettiva sui vaccini contro l'influenza A rivelatisi poi inefficaci. Più numerose invece le pronunce di inammissibilità, anche a Torino e anche per una causa sempre contro Intesa Sanpaolo per le commissioni di massimo scoperto. Allora i giudici torinesi, sempre in appello, precisarono che l'azione collettiva deve sempre avere l'obiettivo di ottenere un risarcimento e non un semplice accertamento di responsabilità.

E proprio da un accertamento di responsabilità si è comunque ancora lontani nella vicenda appena valutata dalla Corte d'appello di Torino. Infatti, il giudizio di ammissibilità costituisce solo un primo e necessario passaggio di un percorso a tappe. Il prossimo snodo sarà costituito, ma dovrà essere il tribunale a precisarne modi e tempi, dalla pubblicità che dovrà favorire l'aggregazione di diverse posizioni intorno all'azione legale avviata in maniera tale da andare a rappresentare una vera classe di interessi collettivi omogenei.

Solo in seguito partirà il procedimento vero e proprio, che dovrà comunque riguardare fatti successivi al 15 agosto 2009 visto il carattere non retroattivo della norma riconosciuto dai giudici, al termine del quale potrà essere stabilito, in caso di riconoscimento di responsabilità, il risarcimento che andrà corrisposto a ciascun componete della classe. In ogni caso, poi, i non aderenti all'azione collettiva potranno comunque proporre, lo sottolinea anche la recentissima pronuncia, un'azione individuale.

E anche nel settore pubblico l'azione collettiva ha iniziato a farsi strada. È infatti del giugno scorso la pronuncia del Consiglio di Stato che ha confermato l'orientamento del Tar imponendo all'amministrazione scolastica di ripristinare standard di efficienza negli istituti mettendo fine all'esperienza delle classi pollaio, sovraffollate di alunni, per la carenza di insegnanti, ben oltre i livelli di tolleranza.

E se punti di contatto tra i due strumenti sono evidenti, come il riconoscimento di un nuovo concetto di cittadinanza e del ruolo di primo piano affidato alle associazioni collettive di tutela degli interessi diffusi, almeno una differenza tra i due modelli è evidente. Se, infatti, la class action inserita nel Codice del consumo ha come obiettivo l'ottenimento di una somma di denaro a titolo di risarcimento, l'azione collettiva "pubblica" punta a ricondurre l'amministrazione a un livello minimo di efficienza (decisivi, in questo senso, gli standard che devono svolgere il ruolo di punti di riferimento).

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