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Una bolla immobiliare minaccia l’economia cinese

di Luca Vinciguerra

Il sistema finanziario cinese continua a essere minacciato da una colossale bolla speculativa immobiliare.

A lanciare l'allarme sul rischio mattone oltre la Grande Muraglia è Fitch. Secondo l'agenzia di rating americana, c'è il 60% di probabilità che entro il 2013 le banche cinesi vengano travolte da una valanga di insolvenze legate all'eccesso di indebitamento delle società di costruzioni e all'aumento eccessivo dei prezzi immobiliari.

«Stiamo parlando di una crisi sistemica, in grado di coinvolgere i più grandi istituti di credito del paese e di decapitalizzare l'intero sistema bancario», avverte Richard Fox, senior director di Fitch.

A preoccupare l'agenzia di rating americana è soprattutto l'eccesso di liquidità che negli ultimi due anni ha inondato il sistema economico del Dragone. All'inizio del 2009, per contrastare la grande crisi finanziaria globale, Pechino decise di ammorbidire notevolmente la propria politica monetaria per favorire la ripresa dell'economia reale. Il risultato è che, da allora fino alla fine dell'anno scorso, il sistema creditizio cinese ha concesso 17.500 miliardi di yuan (circa 1.920 miliardi di euro) di nuovi prestiti.

Ma questa enorme massa monetaria non è sempre sta allocata in modo efficiente. Complici le amministrazioni locali, perennemente affamate di quattrini per sviluppare progetti immobiliari di qualsiasi tipo a prescindere dal loro ritorno economico, gran parte di queste risorse finanziarie sono state ingoiate dal settore del real estate.

Nel contempo la nuova febbre del mattone – da metà degli anni Novanta è una sindrome che, insieme a quella per la Borsa, colpisce ciclicamente i risparmiatori cinesi – ha prodotto un consistente aumento dei prezzi: secondo l'Ufficio nazionale di statistica di Pechino, questi ultimi nel 2010 sono cresciuti in media del 18 per cento.

Per frenare l'eccesso di euforia per l'investimento immobiliare, l'anno scorso il governo ha stretto più volte i rubinetti del credito tramite rialzi dei tassi d'interesse e aumenti della riserva obbligatoria per le banche (che di conseguenza avrebbero dovuto frenare i prestiti). Inoltre, ha varato diverse misure amministrative specifiche per tagliare le ali alla speculazione. Ma senza successo.

Secondo Fitch, l'aumento combinato dei prezzi del mattone e dei prestiti bancari nell'ultimo biennio deve suonare come un campanello d'allarme: in Irlanda e in Islanda, infatti, la dinamica che portò al tonfo dei sistemi finanziari locali fu proprio questa.

Il rischio, infatti, è che un improvviso vuoto di domanda provochi un crollo repentino dei prezzi. In questo caso, s'innescherebbe la classica reazione a catena conseguente lo scoppio delle bolle speculative: la gran parte dei costruttori, essendo indebitati fino al collo (a partire dagli enti locali, che spesso danno la terra come garanzia sui prestiti), non riuscirebbero più a onorare nemmeno il pagamento degli interessi; e le banche, per tutelare i loro crediti, sarebbero costrette a rivalersi sulle società insolventi, spingendo così migliaia di aziende del settore e del suo indotto al fallimento.

Nonostante gli indicatori non promettano nulla di buono, Standard & Poor's è assai più cauta rispetto a Fitch sul rischio bolla immobiliare cinese. «Le banche del paese sono molto liquide, in passato hanno fatto i corretti accantonamenti, e nel 2010 hanno aumentato la loro capitalizzazione. Quindi sarebbero in grado di far fronte a eventuali perdite», osserva Liao Qiang, direttore della filiale di Pechino dell'agenzia di rating.

 

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