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Un vertice di famiglia ha spinto i Berlusconi al tavolo con l’avversario

La svolta è arrivata il 19 aprile scorso, quando è stata pubblicata la sentenza di primo grado della causa civile intentata da Fininvest e Mediaset contro Vivendi, che il 25 luglio 2016 aveva deciso di mandare all’aria l’acquisto della pay Tv del Biscione, Mediaset Premium. Per quello sgarbo gli avvocati avevano chiesto fino a 3 miliardi di risarcimenti mentre la sentenza, pur riconoscendo l’inadempimento, ha imposto una compensazione di soli 1,7 milioni. La ragione è molto tecnica e si annida nella condizione sospensiva legata all’autorizzazione dell’antitrust europeo.
Questa sentenza, però, ha fatto scattare una molla. La famiglia Berlusconi, nei giorni successivi, con Silvio ricoverato in ospedale per problemi al cuore (proprio come nel giugno 2016), si è riunita e ha preso una decisione importante. Sul tavolo c’era la possibilità di ricorrere in appello e sperare di ottenere un risarcimento più alto, oltre che costituirsi parte civile in un possibile processo penale a carico di Vincent Bolloré e Arnaud de Puyfontaine per l’accusa di aggiotaggio. Oppurequella di scendere a patti e chiudere tutti i contenziosi dopo cinque anni di battaglie legali e liberarsi le mani per tornare a pensare unicamente al business e al progetto di Pier Silvio di far crescere Mediaset a livello europeo.
La famiglia ha scelto questa seconda opzione, lasciando a casa gli avvocati dalla faccia cattiva che per la verità non hanno ottenuto grossi risultati sul campo, e rivolgendosi al vecchio amico e avvocato di famiglia Luca Fossati dello studio Chiomenti, che aveva il vantaggio di conoscere bene anche i vertici di Vivendi e di non aver partecipato alla fase della litigation nonostante avesse contribuito alla stesura del famoso contratto Premium da cui è partito tutto. E così, con questo input berlusconiano alle spalle, nell’arco di dieci giorni si è giunti alla soluzione in un clima diverso. Tanto che Mediaset non si costituirà parte civile andando a depotenziare anche le accuse penali, sulle quali l’ultima parola toccherà comunque ai magistrati.
E Vivendi non entrerà neanche nel nuovo cda Mediaset che andrà a formarsi il 23 giugno e si esprimerà a favore sia dell’abolizione del voto maggiorato (che anche Mediaset non vuole più, per essere percepita come più market friendly), sia del trasferimento della sede legale in Olanda, per permettere al Biscione di cominciare la strada verso la Mediaset for Europe. E soprattutto negli accordi c’è che Vivendi non può mettersi da domani a comprare altre azioni Mediaset mentre gli stessi francesi non intraprenderanno iniziative ostili a Cologno Monzese nella tv free to air. Vale a dire che se tra qualche mese Pier Silvio e Marco Giordani cercheranno di sedersi al tavolo con il management della tedesca Prosieben, di cui Mediaset possiede il 25%, per cercare una combinazione vincente, Vivendi dovrà restarne alla larga. Così come nella gara per il canale francese M6, appena messo in vendita da Bertelsmann, Mediaset e Vivendi saranno liberi di partecipare ognuno per proprio conto, anche per evitare pr oblemi antitrust.
Ora che ha le mani libere, però, Mediaset dovrà dimostrare sul campo di aver in tasca la strategia giusta per crescere a livello internazionale. Elemento che negli ultimi vent’anni è venuto a mancare.
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