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Un triumvirato per la cassa Torna lo stato regolatore

Un insolito triumvirato: il premier Mario Draghi e i due ministri Daniele Franco (Mef) e Giancarlo Giorgetti (Mise). Spetterà a loro gestire la ripresa economica dell’Italia. Un Paese che non cresce da 20 anni. Vive infatti una carenza cronica di produttività, bloccato dalla burocrazia e da una mancanza di visione strategica. Il compito di questo triumvirato è arduo, ma non impossibile. Bisogna però fare presto e saper investire risorse nel modo giusto.

Il premier Draghi si concentrerà sul Next Generation Eu, dove è chiamato a fare un piccolo miracolo. L’Italia è molto indietro rispetto ad altri Paesi europei e la bozza ufficiale approvata dal governo Conte non contiene i target, i cronoprogrammi e le riforme richieste dall’Europa. Il patrimonio relazionale di Draghi aiuterà ovviamente nel negoziato con Bruxelles. Ma il neopremier (coadiuvato da Roberto Cingolani, ministro della Transizione ecologica e Vittorio Colao, ministro della Transizione digitale) ha già le idee chiare su cosa deve essere inserito nel piano. Lo scorso dicembre, in un colloquio con alcune testate giornalistiche, ha chiesto che i governi usassero i fondi europei soprattutto per investimenti «ad alto rendimento», che cioè producano un ritorno maggiore. Diverso sarà il compito di Franco e Giorgetti. Gli altri due membri del triumvirato dovranno concentrare la loro attenzione sulla quotidianità e gestire le singole necessità.

Basta zombie

Il cambio di passo è comunque già evidente. La nuova parola d’ordine è: basta Stato imprenditore, si torna allo Stato regolatore. Il cambio della guardia a Palazzo Chigi segna un’inversione di tendenza rispetto alla strategia interventista sinora seguita su Ilva, Alitalia, rete unica o autostrade. Verrà salvaguardato il lavoro ma non tutte le aziende, soprattutto quelle che non si sono modernizzate, ha chiarito il premier Draghi nel discorso al Senato per la fiducia. Gli interventi pubblici «dovranno essere valutati con attenzione». Stop dunque alle aziende zombie. In Italia, fra abuso di amministrazioni straordinarie e parastato finanziato con i soldi pubblici concessi tramite Invitalia, esistono società che rimangono in piedi senza alcuna logica né di mercato né di buonsenso. La sfida è da far tremare i polsi.

Franco e Giorgetti dovranno risolvere i casi di Ilva, Alitalia, Autostrade e Tim. Un compito fondamentale perché questi dossier hanno una componente strutturale in grado di ridisegnare il quadro industriale italiano e i rapporti fra economia privata e pubblica. Ilva rappresenta il perfezionamento o meno della nazionalizzazione. Alitalia è da anni sul punto di portare i libri in tribunale. In Autostrade c’è il tema delle concessioni, la questione giudiziaria, il rapporto con gli investitori esteri e il ruolo di Cassa Depositi e Prestiti. In Tim la questione fondamentale della banda larga e della digitalizzazione del Paese e il compito di Cdp.

L’economia mista

Spetterà sempre a Franco e Giorgetti occuparsi dei finanziamenti alle imprese che, da decenni, seguono logiche a chiamata o a impulso clientelare, spesso senza alcuna razionalità e senza alcun controllo. Senza dimenticare il tema occupazionale e il nodo della golden power, che è stata estesa a dismisura dal precedente governo. Infine, c’è un’ultima questione. Ma, per molti versi, la più importante. Franco e Giorgetti sapranno collaborare, sviluppando un’azione coordinata? La domanda non è banale visto che in passato Mef e Mise si sono divisi sulla politica industriale. Una condotta che certamente non ha favorito la manifattura italiana alla perenne ricerca di riforme serie, di un riordino fiscale e di certezze normative. Detto questo nelle mani del governo c’è uno strumento prezioso che negli ultimi anni ha consolidato il suo ruolo di sostegno all’economia e di ponte tra pubblico e privato. Si chiama Cassa Depositi e Prestiti. Nel secondo dopoguerra il modello di «economia mista» è risultato vincente, per poi cadere preda della politica che ha finito per minarne l’efficienza. L’idea di riprendere questa strada ha segnato, complice il Covid-19, i due governi Conte. Bisognerà adesso vedere quale sarà l’idea del governo Draghi, sapendo che l’attuale vertice andrà in scadenza ad aprile.

Cdp è un’istituzione finanziaria controllata all’83% dal ministero dell’Economia mentre il restante 16% (escluso un 1% di azioni proprie) è posseduto da fondazioni bancarie. Tra le sue attività principali c’è il finanziamento della Pa e il supporto allo sviluppo delle Pmi e delle imprese italiane, oltre che la promozione di iniziative immobiliari e infrastrutturali tramite investimenti strategici. Il tutto è finanziato principalmente attraverso libretti e buoni fruttiferi postali. Con la legge di stabilità del 2016 ha assunto il ruolo di Istituto di promozione nazionale e, a tutti gli effetti, è uno «strumento per promuovere la crescita del Paese». Cdp, i cui asset sono aumentati negli ultimi anni, sta svolgendo un compito fondamentale di rilancio dell’impresa nei settori strategici dell’economia.

Nell’ambito del Piano industriale 2019-2021, sono stati introdotti diversi strumenti di intervento a favore delle imprese, in termini di finanziamenti, di equity e di garanzie, a cui si sono aggiunte le misure straordinarie (Fondo Rilancio con una dotazione di 200 miliardi) legate al Covid-19. La Cassa, guidata da Fabrizio Palermo, si era impegnata a investire nel triennio 203 miliardi grazie all’impiego di 111 miliardi di risorse proprie e all’attivazione di 92 miliardi. Finanziamenti ed equity, in particolare, sono veicoli dalle implicazioni però profondamente diverse. I primi garantiscono prestiti agevolati legati a precisi tipi di investimenti (in innovazione, ricerca e sviluppo sostenibile); il secondo comporta un ingresso diretto nel capitale delle aziende.

Dossier e fondi, esperienze Ue

Negli ultimi mesi Cdp è stata più volte al centro dell’attenzione mediatica nazionale. Per varie ragioni. Prima di tutto l’offerta per acquisire il controllo di Aspi. Poi la vicenda OpenFiber-Tim, con l’arrivo del presidente Giovanni Gorno Tempini nel board. Senza dimenticare l’ingresso nella holding Euronext dopo l’acquisto di Borsa italiana. E la spinta a creare il colosso dei pagamenti digitali, grazie alla fusione Nexi-Sia. Un impegno significativo che si inserisce in una strategia europea. Nel Vecchio Continente gli Istituti di promozione nazionale stanno acquisendo sempre maggiore importanza. Ed è ovvio che sia così. In tempi di crisi, gli Stati si affidano alle loro casseforti per garantire liquidità ed effettuare investimenti strategici altrimenti insostenibili per il bilancio pubblico. Tra i vari istituti europei vi sono, comunque, delle differenze.

Kreditanstalt fuer Wiederaufbau, la banca pubblica tedesca, è quella che si avvicina di più a Cassa per volume di affari. Si finanzia sui mercati finanziari con l’emissione di titoli che godono la garanzia dello stato federale. Nei decenni passati KfW è stata uno dei principali motori dello sviluppo industriale tedesco, trasformando i capitali raccolti in crediti per investimenti in settori strategici come infrastrutture, edilizia sociale ed energie rinnovabili.

La transalpina Caisse des dépôts et consignations e lo spagnolo Instituto de Crédito Oficial sono entrambi istituti finanziari pubblici, il secondo di tipo bancario. Come Cdp, operano per conto dello stato e i loro mandati differiscono ma non di molto. In Francia l’accento si sposta sulle infrastrutture e il finanziamento edilizio, mentre in Spagna vi è una particolare attenzione alle Pmi  e allo sviluppo sociale e ambientale. Il controllo della francese Cdc è totalmente statale, con la governance affidata a un’apposita commissione di sorveglianza. La spagnola Ico possiede varie partecipazioni in enti e fondi specializzati nell’erogazione di credito alle imprese. Entrambi gli istituti, però, gestiscono somme inferiori ai loro omologhi tedesco e italiano.

In risposta alla crisi economica vi è stata una mobilitazione di ingenti risorse da parte di tutti e quattro gli Istituti di promozione nazionale. La Germania ha messo a disposizione crediti illimitati alle imprese: 550 miliardi, che sono stati stanziati proprio dalla KfW; Cdc ha introdotto un ingente piano di investimenti, con interventi diversificati tra cui la transizione ecologica e l’edilizia; Ico ha attivato una serie di linee di credito rivolte a imprese e professionisti. Insomma, c’è una sostanziale differenza di compiti fra le varie Casse europee. Spetterà al triumvirato confermare o modificare l’attuale strategia Cdp. Alcuni segnali già si intravedono ma sono contrastanti. Certamente il governo ha dato via libera all’ingresso di Gorno Tempini nel consiglio Tim, ma nello stesso tempo il probabile ritorno di Sace sotto il Mef segna un preciso cambio di rotta. Non resta che aspettare.

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