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Un transfer pricing trasparente

Transfer pricing senza segreti per le multinazionali. A partire dal 2016 quelle con fatturato superiore a 750 milioni di euro dovranno dire al fisco le principali informazioni sul proprio business per ciascuno dei paesi nel quale il gruppo opera. Con il «country by country reporting» (Cbcr) i gruppi dovranno indicare ricavi, utili, tasse pagate, numero di dipendenti e politiche di transfer pricing praticate in ogni stato. E le diverse tax authorities si scambieranno in automatico le informazioni tra loro. Messi al bando i regimi fiscali dannosi, inclusi i patent box «esagerati» e i ruling troppo favorevoli alle imprese. Si stringe il cerchio sull’economia digitale, anche se per le soluzioni sarà necessario attendere almeno fino al 2017: l’obiettivo è quello di applicare l’Iva alle operazioni del web nel paese in cui si trova il consumatore, mentre sul fronte delle imposte dirette l’effettività della tassazione arriverà dal nuovo concetto di stabile organizzazione, dalla stretta sulle Cfc e dall’aggiornamento delle linee guida sui prezzi di trasferimento. Sono alcune delle 15 misure Beps messe a punto dall’Ocse, che ieri in una conferenza stampa tenuta via web dal direttore per le politiche fiscali Pascal Saint-Amans ha svelato l’intero pacchetto di raccomandazioni. Dopo oltre due anni di lavoro, infatti, l’organizzazione parigina ha concluso il progetto Beps, acronimo di Base erosion and profit shifting, commissionato nel 2013 dal G-20. Si tratta del più grosso sforzo mai tentato per individuare nuovi standard globali contro l’evasione, capaci di assicurare da un lato un adeguato livello impositivo sugli utili delle multinazionali, e dall’altro di garantire certezza preventiva nell’operato delle imprese. La ridefinizione della normativa fiscale internazionale alla luce dei risultati Beps sarà discussa dai ministri delle finanze del G-20 nel vertice che si terrà dopodomani a Lima, in Perù. Secondo l’organizzazione parigina, l’elusione costa agli stati tra i 100 e i 240 miliardi di dollari di entrate all’anno, pari cioè al 4-10% del gettito dell’imposta sulle società. Il piano «multi-action» è basato su tre pilastri, tutti finalizzati a evitare arbitraggi: primo, garantire omogeneità tra le normative domestiche dei vari stati nelle operazioni transfrontaliere; secondo, assicurare che la tassazione si verifichi effettivamente nel paese dove viene svolta l’attività economica e dove viene creato il valore; terzo, incrementare la trasparenza, tanto per le imprese quanto per i singoli governi. «L’erosione di base imponibile e lo spostamento artificioso dei profitti colpisce tutti gli stati, non solo economicamente ma anche a livello di credibilità», ha spiegato ieri Angel Gurria, segretario generale Ocse, «le misure che proponiamo oggi costituiscono la più grande rivoluzione nella fiscalità internazionale degli ultimi 100 anni: quando saranno implementate, porranno fine all’era della doppia non tassazione e il tax planning aggressivo diventerà inefficace». L’agenda Beps vedrà un ulteriore momento di confronto il 15 e 16 novembre ad Antalya (Turchia) dove i leader del G-20 discuteranno l’implementazione delle nuove regole. Le raccomandazioni Ocse, infatti, non hanno forza di legge, ma devono essere recepite sia negli ordinamenti nazionali sia nelle convenzioni. L’Ocse sta lavorando a un innovativo meccanismo che consentirà di intervenire in maniera multilaterale su circa 3.500 trattati, senza negoziazioni one-to-one: supportato da 90 paesi sarà pronto entro fine 2016.

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