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Un tesoretto da 14 miliardi per i forzieri dell’Economia Cassa elettrica “dirottata”

Spunta un gruzzolo inatteso per le prosciugate casse dello Stato. Il gentile omaggio trova casa nell’emendamento 34.2 alla legge di Stabilità, ora in discussione nella commissione Bilancio della Camera. E non è un emendamento qualsiasi, ma un “segnalato”. Uno cioè dei sopravvissuti alla tagliola di prassi e dunque con buone possibilità di approvazione. Ebbene il 34.2 dispone che le risorse della Cassa conguaglio per il settore elettrico (Ccse), alimentata con i soldi delle bollette pagate dai cittadini italiani, confluiscano quasi tutti (ne resterebbe un 3%) nel conto corrente della nazione, chiamato sistema di Tesoreria unica e gestito dal ministero dell’Economia. Quanto c’è nella Ccse? Almeno 5 miliardi, più altri 9 miliardi del Gse, il Gestore dei servizi energetici, su cui la Cassa conguaglio esercita il controllo. All’incirca 14 miliardi in tutto.
Tanti soldi, destinati a finanziare il fotovoltaico, a scontare le bollette per i redditi bassi o per chi in casa ospita macchinari energivori indispensabili per la salute. Ma anche a conguagliare le piccole società elettriche delle isole minori, come Lampedusa. E più in generale a compensare le imprese del settore quando gli incassi non coprono i costi, e con la crisi capita, visto che i consumi elettrici vanno giù. Denari che arrivano a flusso continuo, ogni mese con le bollette. Dunque sicuri. E, qualora l’emendamento passasse, non più nella disponibilità della Cassa conguaglio, ente pubblico non economico, ma del ministero dell’Economia a cui spetta tra l’altro, assieme all’Autorità per l’energia elettrica, la vigilanza proprio della Cassa.
Il settore elettrico è in allarme, timoroso di perdere un’autonomia importante: i soldi non sarebbero negati per i vari scopi, ma dovrebbero essere richiesti e autorizzati alla bisogna. Un iter non proprio gradito a un mercato caratterizzato da movimentazioni veloci. La legge numero 720 del 1984 inizialmente includeva la Ccse nella tabella B degli enti obbligati a girare i quattrini al bancomat di Stato. Poi un dpcm del 1999 l’aveva esclusa proprio «perché i flussi finanziari della Cassa non interessano, direttamente o indirettamente, la finanza pubblica ». I tempi sono cambiati, la crisi imperversa e ora il governo ha bisogno di risparmiare sugli interessi che paga su Bot e Btp. L’afflusso di risorse fresche e ingenti presso la Tesoreria unica si tradurrà «in minore emissione di titoli del debito pubblico» e garantirà «un risparmio complessivo per il bilancio dello Stato, conseguente ai minori oneri per interessi pagati». Lo scrive la relazione tecnica della Ragioneria alla legge di Stabilità, commentando l’articolo 34 della finanziaria che prevede analoga operazione, ma relativa alle sole Camere di commercio. Se in questo caso si parla di 850 milioni trasferiti in Tesoreria nel 2015, con 15 milioni di risparmio l’an- no, figuriamoci quanto si può ottenere da 14 miliardi.
Curiosità. L’emendamento è a doppia firma: Oreste Pastorelli e Lello Di Gioia. Due deputati socialisti, eletti nel 2013 nelle liste del Pd, qualche mese dopo confluiti nel gruppo misto-componente Psi. Interrogati sul punto, entrambi scendono da cielo e negano la paternità: «Ma quale Cassa? Si tratta di previdenza? ». Dopo una veloce consultazione, svelato l’arcano: «È stato segnalato da Nencini». Il viceministro alle Infrastrutture e segretario del Psi. Un emendamento a loro insaputa. Ma utile, però.
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