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Un terzo degli italiani a rischio povertà al Sud salgono al 48%

ROMA — Non vivono sotto i ponti, e non chiedono l’elemosina. Spesso hanno una casa e anche un lavoro, eppure sono poveri. O meglio, per dirla con l’Istat, sono “severamente deprivati”, nel senso che non possono permettersi neanche una vacanza di una settimana (50,8%) o non possono riscaldare la propria casa (21,2%), permettersi un pasto proteico ogni due giorni (16,8%) o di far fronte a una spesa imprevista di 800 euro (42,5%). Oppure, ancora, sono in arretrato con il pagamento del mutuo o delle bollette (13,6%). È a rischio di povertà o esclusione sociale il 29,9% delle persone residenti in Italia, secondo l’indagine “Reddito e condizioni di vita dell’Istat”. Un numero che fa paura visto che supera di 5,1 punti percentuali la media europea, pari al 24,8%. Peggio di noi nella Ue solo Bulgaria (49,3%), Romania (41,7%), Lettonia (36,6%), Grecia (34,6%), Lituania (32,5%), Ungheria (32,4%) e Croazia (32,3%).
Chi vive in questa condizione in molti casi (10,3%) fa parte di una famiglia «caratterizzata da una bassa intensità di lavoro»: lavora cioè meno di un quinto del tempo rispetto alla media. La povertà si concentra in alcune fasce della popolazione: chi vive al Sud, chi vive in famiglie numerose, o in famiglie con un solo genitore, chi ha un titolo di studio basso. Nel 2012 si sono inoltre aggravate le condizioni di chi ha un lavoro autonomo. Il reddito mediano delle famiglie che vivono nel Mezzogiorno è pari al 73% di quello delle famiglie residenti al Nord. E quasi la metà dei residenti nel Mezzogiorno è a rischio di povertà ed esclusione (48%). Si aggrava moltissimo il rischio anche per le famiglie con tre o più figli: passa dal 39,8% del 2011 al 48,3%. Stessa percentuale per le famiglie monoreddito. Mentre le famiglie senza figli resistono meglio alla crisi: il rischio di povertà per loro è inferiore alla media di circa 8 punti percentuali, di 5 quello di deprivazione. Pesa anche il livello d’istruzione: suddividendo la popolazione italiana in quintili, il 47,1% delle famiglie con il percettore principale di reddito laureato appartiene al quinto più ricco. E comunque il 50% delle famiglie con il principale percettore di reddito laureato può contare su 37.864 euro l’anno, mentre per chi ha un basso titolo di studio non si va oltre i 16.461 euro.
Il quinto più povero delle famiglie possiede solo l’8% del reddito totale prodotto in Italia; al quintile più alto va il 37,5%. Il reddito medio corrisponde a 29.956 euro l’anno, circa 2.496 al mese: però il 50% delle famiglie non va oltre i 2.053 euro mensili, e al Sud e nelle Isole la media scende a circa 1.677 euro. La disuguaglianza in Italia è aumentata soprattutto tra il 2009 e il 2010; adesso risulta stabile. Tuttavia prosegue lo scivolamento verso il basso delle condizioni della popolazione: il 32,7% delle persone fortemente deprivate nel 2012 nel 2011 non si trovava in questa condizione, e il 12,4% dei “nuovi poveri” si collocava addirittura nei due quinti di reddito più ricchi.

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